Gionata Mirai: Allusioni

Un folk à la John Fahey, quello di Gionata Mirai, ma filtrato dal fingerpicking e dallo slancio di Leo Kottke

Gionata Mirai

Allusioni

(Cd, La Tempesta Dischi)

folk, fingerpicking

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Gionata Mirai- AllusioniUn musicista, una 12 corde acustica ed un solo brano. Così si presenta l’esordio solista di Gionata Mirai, già leader dei Super Elastic Bubble Plastic e tra i fondatori de Il Teatro degli Orrori. Un album, questo Allusioni, che sembra poggiare sulla mistica dell’Uno, e che si materializza – nelle “molteplici” note dei suoi 24 minuti a flusso continuo – attraverso l’affanno barocco della saturazione completa, intensità speculare a quella elettrica delle band d’origine: «È un disco hardcore, nel senso “antico” del termine – spiega il chitarrista. È veloce, breve, scarno nel suono, intricato nella costruzione, ma semplice nella tecnica che lo compone».

Un folk à la John Fahey, ad essere precisi, ma come filtrato dal fingerpicking dell’allievo Leo Kottke, e dunque dal suo slancio, in contrasto con l’ascesi originaria del maestro. Ma anche un blocco unico, un monolite che va “visto” tutto in una volta, ingoiato cioè in un sol boccone. Ed è pur vero che trattasi di un lavoro che non aggiunge nulla a quanto già detto dai mostri sacri del ‘folk progressivo’, confronto che non regge nemmeno davanti ad un James Blackshaw, ma che trova comunque una sua modesta dimensione nelle pratiche “analogiche” per il suo voler alludere, appunto, a tutta una serie di (vaghi) nuclei concettuali sottostanti: «È un disco strumentale perché il livello della comunicazione, questa volta, non ha a che fare con le parole… politico perché è stato concepito a partire dalle immagini del recente disastro giapponese», e poi: «Con questo disco vorrei evitare di esprimere concetti precisi per lasciare a chi ascolta uno “stimolo” alla sensazione».

Va ricercato dunque nel titolo il significato reale dell’album, come ogni buona opera che si rispetti, e nel fatto che Allusioni, per la natura stessa della sua ossatura, per la brevità e la carica trasmessa, è da considerarsi più come “sfogo” di un musicista stanco di indossare i soliti panni e deciso, infine, a cambiar pelle: «Sembrerà strano, ma comincia a darmi noia l’idea di dipendere dall’elettricità per potermi esprimere». Difficile non credergli.


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Angelo Damiano Delliponti
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