Fabio Fanelli: Non Sono Riusciti a Cambiarci

Un ep, questo Non Sono Riusciti a Cambiarci, che riscopre (e rispolvera) degnamente la tradizione cantautorale italiana

Fabio Fanelli

Non Sono Riusciti a Cambiarci

(Cd/Mp3, Autoproduzione)

canzone d’autore

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fatti sentireLa strada del cantautorato, si sa, è sempre dura da battere: e in Italia, poi, il compito è ancora più arduo vista l’incombenza della tradizione e le difficoltà insite nella lingua. Non è mica come fondare una band post-rock, indie-rock o (più genericamente) alternative. Alcuni ci provano cercando di rinnovare il linguaggio del songwriting, come nei casi di Vasco Brondi, I Cani, Iosonouncane (al di là degli specifici meriti), altri invece sono più legati a quella stessa tradizione, qualcosa cioè da venerare nel tentativo di adattarla ai tempi che corrono (Brunori Sas, Mannarino, Nobraino..).

Fabio Fanelli appartiene sicuramente a quest’ultima categoria: ed è l’ep Non Sono Riusciti a Cambiarci a dimostrarlo. Anche se poi di purezza “classicista” non è proprio semplice parlare: pure qui, è ovvio, il 2011 lo si può intravedere sotto diverse spoglie. A partire proprio da quel Brondi non del tutto iconoclasta. Ma ciò che importa, in questo caso, è la peculiarità degli spunti offerti dal mini-album. Dei vari Lolli, Guccini, De Gregori NSRaC ne riporta l’essenza, evidenziata da uno stile debitore dei “padri cantautori” anche per l’uso caratteristico che si fa della strumentazione più o meno tradizionale (armonica, xilofono), e quindi del flauto – traverso o pennywhistle – suonato da Laura Castro.

Quattro tracce, dunque, ognuna caratteristica di uno specifico stato d’animo o disposizione: il mood crepuscolare di Lady Lay, quello trasognato di L’Intruso in Mezzo al Mare con tanto di impennate strategiche, l’amarezza quasi sconsolata di (appunto) Labilenera e l’utopistica – ma sorprendente – Berlino, probabilmente la più bella nel suo saper rendere in termini di visioni immagini rubate a “memorie” cinematografiche o letterarie. Inutile sottolineare che sono i testi ad essere il punto forte dell’album, perché trattasi per l’appunto di canzoni imperniate sulla voce materica di Fanelli e di conseguenza (in quanto cantautorali), sulle parole.

Ma da queste premesse non è sensato che se ne ricavi materiale scadente. Forse margini di miglioramento possono essere auspicabili in vista di una presenza più decisa e mirata nell’ambito degli arrangiamenti – che già adesso non sono del tutto inappropriati – o al massimo di una maggiore valorizzazione della voce. Detto questo, però, non ci resta altro che attendere il full-length. Unico riscontro che valga, in certi casi.

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Angelo Damiano Delliponti

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