Philomankind: All Things Philos

Atmosfere anni '60, un bel dispiegamento di voci e una buona sesibilità pop per i Philomankind

Philomankind

All Things Philos

(CD, Philomankind/A Buzz Supreme/Consorzio Utopia)

rock

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Philomankind- All Things PhilosAd ascoltare i pisani Philomankind è facile immaginare o andare con la mente (se non col ricordo) ad altre band che, come loro, si sono rifatte al pop degli anni ’60: melodie schiette, arrangiamenti e strumenti vintage. Ce ne sono state molte, non solo in Italia, e sempre ce ne saranno, con molta probabilità. E quando una band si rifà palesemente, come fanno i Philomankind, alle loro influenze è sempre difficile giudicarne il valore e l’impatto.

Da rimarcare comunque che, oltre a un buon parco di band di riferimento (Kinks, Beatles, Mama’s and Papa’s, e gruppi di casa alla Motown), i Philomankind hanno un buon punto di forza nell’utilizzo di ben tre voci. Tratto, questo,  decisamente più originale di tutta la formazione, tanto che, a dispetto della musica che fanno, a volte quest’intreccio di voci porta su lidi più folk-rock anni ‘60/’70, anche se forse solo per lo spazio di un istante.

Perché per il resto i Philomankind appaiono spesso un po’ troppo approssimativi: non certo nella strumentazione o nella loro capacità di armeggiare con essa (che in questo sono più che abili), quanto piuttosto nell’approccio. Che suona troppo di revival, e che fa sì che ad ascoltare alcune loro canzoni la mente non vada tanto alle band di (giustissimo) riferimento, ma invece ad altre, che di quelle sono già, a loro volta, uno sbiadito ricordo. Così Build Up può voler richiamare i Beatles (il piano certo rimanda a Let It Be), ma ad affacciarsi alla mente non sono i Fab Four ma bensì gli Oasis, così come l’iniziale Yogi Dannata fa riportare in vita persino il ricordo dei Kula Shaker (chi se ne rammentava?).

Non che questo significhi che non ci siano cose intriganti in questo loro secondo album. Lo è, ad esempio, Goodbye Everybody: nettamente uno dei migliori risultati di All Things Philos, con quel coro che è sì un palese omaggio a Sun King dei Beatles, ma che dai quattro di Liverpool riesce comunque a strappare un po’ di freschezza. Il problema però del “già sentito” si pone troppo spesso durante l’ascolto dell’album, e purtroppo la bontà di scrittura della maggior parte dei singoli brani non è abbastanza alta da farcelo dimenticare.

http://www.myspace.com/philomankindband

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Michele Segala
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