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Perturbazione: intervista

AGab 14 marzo 2016 Interviste
PERTURBAZIONE

Qualche tempo fa avevamo recensito Le Storie Che Ci Raccontiamo, il nuovo album dei Perturbazione. E ci è piaciuto così tanto che abbiamo raggiunto il loro cantante Tommaso Cerasuolo durante il tour per scambiare con lui quattro chiacchiere.

RS – Come è nata l’idea del nuovo album, quali sono le storie che ci raccontiamo?

TC- Le Storie Che Ci Raccontiamo è proprio la canzone che chiude il disco e che secondo me dà un po’ l’idea del doppio binario su cui si muove questo album. Le storie che ci raccontiamo sono innanzi tutto quelle che si trovano in quella misura tra chi siamo e chi raccontiamo di essere e che è fatta a volte di piccole bugie, di cose che ingrandiamo molto, di falsi miti, ma anche di coraggio, di ricerca della nostra identità attraverso le storie che raccontiamo a noi stessi. Come dire… il tweet della tua vita che in qualche modo contiene delle grandi bugie ma anche delle grandi verità. Le storie che ci raccontiamo però sono anche la grande narrazione di cui in qualche modo abbiamo bisogno nel nutrirci costantemente di quotidiano, di privato, di immediato, che viene soprattutto nella comunicazione che nasce sui social. Per contro si perde invece quella che è forse la buona narrazione, che è un percorso fatto soprattutto di sottrazione: pigli tutte queste immagini, tutto questo bombardamento continuo, lo filtri, e scegli di salvarne tre o quattro che sono quelle che ti restituiscono attraverso i dettagli il quadro di tutta un’esistenza.

RS – Ho letto una vostra intervista su Rolling Stone in cui, parlando appunto dei social, affermate che c’è sempre un compromesso tra ciò che si è e ciò che si racconta di sé. Anche l’album è figlio di un qualche filtro mediatico?

TC- Credo che nella carriera artistica esista assolutamente una storia di chi sei nella vita privata e di chi scegli invece di rappresentare sul palco. E sono sempre due cose tra cui c’è molta poca corrispondenza. Io parlo per me stesso ma se studi la vita di tutti i grandi vedrai che in generale è quasi sempre così. Prendi Bowie, lui l’ha proprio raccontata e rappresentata questa cosa qui, diceva “non deve fregarvene niente di come sono io nella vita privata, quello che importa sono le rappresentazioni che di volta in volta metto in scena”. Nel campo artistico la differenza, io credo, sta nel fatto che si tratta di una tua scelta ed è proprio bello perché ti permette di tirare fuori delle parti di te che sono sepolte ma che invece in qualche modo riescono ad esprimersi. Credo che nel quotidiano, quella discrasia che c’è tra chi siamo e chi raccontiamo di essere, a volte esprima delle grandi contraddizioni. E’ un po’ come nel primo libro di Harry Potter quando lui trova la camera in cui c’è quello specchio che riflette i più nascosti desideri di un uomo, in cui non ti vedi come sei ma vedi come desidereresti essere. Tanti uomini si perdono dentro quello specchio e lui dice “l’uomo più felice della terra vedrebbe specchiato sé stesso e nient’altro”. Ecco, credo che le storie che ci raccontiamo siano più o meno lì in mezzo.

RS – Avete registrato a Londra con i produttori Tommaso Colliva e Giovanni Versari. Come è nata questa collaborazione, cosa vi aspettavate e cosa effettivamente vi ha dato?

TC- Tommaso Colliva è il produttore artistico, colui che ha registrato e prodotto tutto il disco. Giovanni Versari, invece, ne ha curato il mastering. Entrambi hanno lavorato al disco Drones dei Muse, che ultimamente ha vinto un Grammy. Abbiamo cercato Tommaso perché ci è piaciuto molto il disco di Ghemon che è uscito due o tre anni fa (ORCHIdee, Macro Beats, 2014, NDR), lo abbiamo ascoltato molto in furgone, oltre naturalmente alle cose dei Muse e ai vari altri dischi che ha fatto. Ci piaceva molto il suo modo di lavorare e gli abbiamo chiesto se fosse interessato a collaborare con noi. Lui ha detto che gli sarebbe piaciuto molto, ma dovevamo raggiungerlo a Londra. Quindi spostarci lì è stata soprattutto una necessità logistica che, però, aveva dentro anche tutti quei significati che stanno dentro a un viaggio, dentro a una trasferta in un luogo che è anche un po’ mitologico per la musica pop. Non sapevamo esattamente cosa aspettarci, nel senso che avevamo ascoltato tanti suoi lavori ma poi, come si svolgono veramente le cose, lo decide di volta in volta il rapporto che si crea. Devo dire che ci siamo trovati benissimo con Tommaso. Lui è molto rispettoso, siamo arrivati con delle canzoni già molto formate sia come struttura che come scrittura, lui si concentra molto sul cercare di creare un suono che riesca a contenere tutte le storie che metti dentro il disco, che non sia una semplice raccolta di canzoni ma un progetto tondo. Abbiamo parlato molto di Tchad Blake come produttore, dei dischi di Beck e di tanti altri dischi e canzoni che influivano un po’ nei suoni e nella composizione dei pezzi. Quindi devo dire che siamo ultra ultra ultra soddisfatti, proprio contentissimi.

RS – I Perturbazione hanno subito importanti cambiamenti di line-up (il chitarrista Gigi Giancursi e la violoncellista Elena Diana hanno intrapreso strade alternative, NDR). È stato difficile trovare la nuova quadra in studio?

TC- No, in realtà già Musica X era stato realizzato per metà da questa formazione perché la cosa di Gigi e Elena non è successa in poco tempo ma si è sviluppata negli ultimi anni. Poi loro, oltre a lasciare il gruppo, si sono separati anche nella vita privata. La separazione musicale è dipesa da quel processo lì a cui si è sommato un certo disamoramento artistico. C’è un nostro vecchio disco del 2010 che si chiama Del Nostro Tempo Rubato che contiene tantissime idee diverse tra cui anche la contaminazione elettronica. E quella è stata la direzione che ha affascinato di più la grossa parte del gruppo. Nella fattispecie, invece, Gigi era meno coinvolto da quella parte lì e quindi, a livello artistico, non era molto contento. Musica X è stato fatto in buona parte dalla formazione attuale e quindi non c’è stato nessun “oddio adesso cosa facciamo”, è andata semplicemente secondo il corso naturale delle cose.

RS – Il primo singolo, Dipende Da Te, è stato molto trasmesso dalle radio. Ti ricordi come è nato?

TC- Musicalmente lavorano tantissimo Cris (Lo Mele, chitarra e tastiere, NDR) e Alex (Baracco, basso, NDR) partendo da tanti input, che possono essere un riff di chitarra come un giro armonico. Quando dico che facciamo tanto ricorso all’elettronica intendo dire che la usiamo proprio come uno strumento per comporre, campionamenti vari di te stesso che poi elabori facendone degli altri suoni, pattern ritmici, e così via. Tutte queste cose qua entrano di forza nella composizione, non sono un vestito che metti dopo alla canzone in fase di arrangiamento ma, anzi, influenzano il modo in cui la immagini e la pensi. Quindi i suoni nascono insieme alla canzone. Invece per il testo io e Rossano (Lo Mele, batteria, NDR) lavoriamo così: fai conto che c’è questo cassettone pieno di idee musicali e poi c’è un altro cassetto piene di idee di testo. Entrambi chiacchieriamo molto da tantissimi spunti sia nostri ma anche di persone intorno a noi, conoscenti, amici, famiglia. E poi anche leggendo tanti giornali, parlandoci di film, libri, TV, e quant’altro, cioè tanti input culturali. Tutte queste cose qua le discutiamo molto perché ciascuno butta giù tante tracce. Nel caso di Dipende Da Te, per esempio, quella è una espressione che nasce dall’dea che ci sarebbe piaciuto fare una canzone che desse coraggio, un po’ com’era anche Buongiorno Buona Fortuna, e che ribadisse il fatto che non sei tu a decidere il risultato delle tue azioni ma l’atteggiamento con cui affronti la vita. Se la affronti invece di subirla quello dipende tanto da te. Ed è una cosa che, tra l’altro, per noi ha un’importanza fondamentale perché la carriera artistica è alterna, non sempre ti va bene, ci sono giorni di pioggia alternati a giorni di sole. Tanti giorni di pioggia, a volte. Ci sono dei grandi sali-scendi, quindi infonderti coraggio e non piangerti addosso è una delle prime leggi di questo lavoro e penso che lo sia diventata di tantissimi lavori che hanno molto più a che fare con la precarietà. Noi abbiamo la fortuna di fare una cosa meravigliosa ma che è anche molto incerta. Quindi quella è, se vuoi, una formazione di identità.

intervista perturbazione

RS – Il vostro è un pop che rincorre l’ambizione di non essere musica troppo leggera. Definizione corretta?

TC- Rincorre la semplicità, che è sempre un’ottima cosa nel pop, senza però rinunciare all’idea di essere coraggiosi e non convenzionali per forza. Quindi, tanto quanto non ci piace essere banali, non ci piace dover essere sperimentali a tutti i costi o particolarmente rivoluzionari. Ci piace l’idea che ogni canzone sia una storia. Sì, io lo chiamerei un “pop coraggioso”.

RS – Attualmente siete in tour e con voi c’è Andrea Mirò, con cui avete iniziato a collaborare nel 2014 per la vostra partecipazione a Sanremo. È un’artista sofisticata e moderna. Cosa aggiunge al feeling della band?

TC- Lei apre i concerti chitarra e voce e dopo è sul palco con noi come quinta polistrumentista che ci accompagna, tastiere, chitarra, voce e violino. Suonare con Andrea Mirò è uno spettacolo, è bravissima, tecnicamente super preparata. E poi è una persona molto solare anche in camerino, entusiasta, che dà grande tranquillità.

RS – Rimanendo in tema di valori aggiunti, se dovessi indicare un aspetto positivo e uno negativo che hanno investito i Perturbazione dopo il Festival…

TC- Di positivo moltissimo. Ci siamo divertiti tanto, anche per quel fenomeno di costume legato se vuoi ad aspetti un po’ più frivoli ma che fanno parte della messa in scena. Tutta quella parte lì ci ha divertiti molto dopodiché, probabilmente, adesso una parte di mondo ce la sta facendo un po’ pagare. L’Italia è un paese dove si rosica, noi cerchiamo di non farlo e Dipende Da Te è una canzone che afferma proprio questo. L’impressione è che qualcuno se la sia legata al dito e quindi, siccome hai fatto quella cosa lì, in qualche modo ora sei contaminato o sputtanato o dillo come vuoi. E quindi ce la deve far pagare, un po’ come se si fosse segnato che il tuo prossimo disco sarebbe stato da stroncare a prescindere. Però non c’è problema, ci sta anche questo nel corso delle cose, così come ci sta che noi non abbiamo nessuna paura di affermare che lo rifaremmo volentieri. Il palco dell’Ariston può spaventarti se ci arrivi con una canzone loffia, se invece ci arrivi con una buona canzone non hai paura di niente.

RS – La distribuzione del vostro precedente lavoro, Musica X, ha seguito una strada un po’ particolare (venne inizialmente distribuito insieme al mensile XL di Repubblica, NDR). Pensi che il futuro ci riservi la definitiva dematerializzazione? E, da artista, non hai paura che questa condivisione estrema porti al soffocamento dell’arte, soprattutto di quei giovani affamati ma non ancora affermati che a fatica riusciranno a mantenersi in un mercato che, economicamente, di fatto non esiste più?

TC- Musica X era uscito con il terz’ultimo numero di XL, l’allegato de La Repubblica, e un anno più tardi, dopo Sanremo, è stato redistribuito con due canzoni aggiuntive. In merito alla smaterializzazione be’, penso che questa sia più un’epoca di canzoni singole, e quindi anche di file, piuttosto che di dischi, non solo raccolte di canzoni ma degli album belli tondi che contengano un mondo e che lo evochino attraverso tante canzoni, e nel passato ne troviamo molti ottimi esempi. Credo sia questo il tipo di discorso che tutti cercano ma, semplicemente, non lo sanno. Non perché siano stupidi. Se guardi al successo delle serie che vanno adesso in TV c’è sì un discorso di serialità ma c’è anche un discorso di buona scrittura e di buoni prodotti televisivi. E credo che la fame di storie nasca proprio da quella necessità di staccare dal quotidiano di cui ti parlavo, da quella banalizzazione della realtà che abbiamo attraverso il continuo comunicare senza spesso dire niente. Per questo credo che i buoni dischi sopravvivranno, in un modo o nell’altro. Certo, saranno molto più digitali che fisici, anche se l’affetto e il feticismo con cui si tratta un disco in vinile adesso sta riprendendo. Con questo non voglio dire che si debbano fare solo dischi in vinile, però è la dimostrazione che siamo esseri umani, a parole ci raccontiamo che è tutto bello digitalizzato ma poi abbiamo bisogno dei nostri affetti e dei nostri oggetti anche fisici. I giovani musicisti credo che siano in difficoltà in questo momento non soltanto rispetto al discorso del CD, che qui in Italia non è mai stata una cosa forte, nel senso che non se ne sono mai venduti tantissimi. I dischi sono, molto spesso, il punto di partenza che ti fa girare e incontrare gli addetti ai lavori e tutta quella parte di mondo portandoli in tour. E quello che è in crisi è un po’ tutto quel sistema lì, non soltanto il disco. Il sistema funziona molto spesso sui grandi numeri e sui grandi nomi che si sono fortificati molto in epoche in cui questa digitalizzazione forte non c’era. Oppure funziona nel tuo piccolo, nel regionale. Tutta quella che è la classe media in generale è in difficoltà per via della comunicazione continua e di un grado di distrazione del tuo pubblico molto forte. E non penso che sia reversibile questo discorso. Anzi, credo che uno debba vivere anche dentro l’epoca –chiamiamola così- dei social, usarli senza il timore di farlo, di essere sé stessi, e di dire cose che possono avere diecimila visualizzazioni in meno rispetto al piatto di spaghetti che hai cucinato quella sera, che è una minchiata ma che funziona molto di più. Poi capita, appunto, che devi dire cose molto importanti, perché magari devi condividere il contenuto relativo a una serata benefica, a un concerto o a una canzone, e magari quella cosa viene vista meno, ma certamente con più attenzioni. Quindi c’è un giusto grado di frivolezza e di profondità, e semplicemente è meglio viverli entrambi piuttosto che farne uno spauracchio. E la stessa cosa vale per i talent, che non sono il male assoluto. Diventano dannosi solo nel momento in cui si relega tutta la musica in TV. Il problema è quello, non i talent in sé, perché si sta vendendo uno scatolone e non il contenuto, si sta vendendo lo scandalo di Morgan o le battute di Elio ma difficilmente si vende qualcosa che durerà nel tempo. Qualcuno però, da lì, è anche uscito. Io non credo sia la sola strada, bisognerebbe riappropriarsi un po’ dell’idea che ogni tanto fa anche bene la competizione ma non bisogna limitarsi a usarla sempre solo per dire “ecco il vincitore”. Credo che molto stimolanti siano i ragazzi che rimangono in provincia, si sbattono, fanno un’associazione, chiedono i soldi al Comune, organizzano il nostro concerto. Quella parte d’Italia per noi è fondamentale. Sì, ci sono Torino, Milano, ancora Bologna, cioè quelle 5 o 6 grandi città, ma poi il resto della nostra Italia è un grosso paesone e molto spesso i concerti più belli li fai proprio in quel territorio dove la piccola situazione mette in rete i musicisti, crea uno spazio, fa esibire te che vieni da Torino e hai una carriera insieme al gruppo che ha iniziato solo da due o tre anni. Ecco, quella roba lì è molto spesso fatta da musicisti, da gente che è appassionata di musica, che si mette a disposizione degli altri e che fa una grande cosa. Anche questo è un qualcosa di gigantesco e importante, e pensare che la musica passi soltanto attraverso i talent no, proprio no. Detto questo, ripeto che non sono il male assoluto ma lo diventano nel momento in cui ti dimentichi che ci sono realtà tutto l’anno e non soltanto in quei cinque minuti.



 

RS – Una cosa che colpisce è la vostra cura per i particolari, anche per gli aspetti collaterali alla musica come il packaging o la grafica. Chi è il più maniaco tra voi?

TC – Io faccio il disegnatore e un po’ il grafico, ho quel pallino e mi piace molto occuparmi di quella parte. L’ho fatto per alcuni nostri videoclip e dischi come Musica X e Del Nostro Tempo Rubato. Nel caso de Le Storie Che Ci Raccontiamo, invece, sono molto contento perché abbiamo lavorato con un grafico bravissimo che si chiama Giorgio Calandri. Da tre dischi a questa parte ci siamo riappropriati di un concetto che ci piace molto che è quello di lavorare con la carta al posto del jewel box. E qui torniamo di nuovo al discorso che sì, è vero che il disco è meno fisico, ma quando è fisico… è bello! Forse la plastica non ci ha fatto sempre bene e riappropriarsi della bellezza è una cosa fondamentale. In questo caso Giorgio è stato molto bravo perché ha lavorato col digipack in un modo molto figo, con l’origami dentro, che non è soltanto una cosa estetica ma è un’estetica che riflette i contenuti. Questo è un disco sui discorsi che facciamo e i discorsi a volte si piegano su sé stessi. E l’origami è esattamente la storia che ti racconti: è carta, certo, ma poi diventa un oggetto. E tutti i simboli della copertina, questo profilo e questo volto di fronte che si stanno sussurrando delle cose, sono costruiti partendo proprio dai segni grafici della punteggiatura: parentesi graffe, tonde, punti. Ci piace tantissimo il lavoro che ha fatto Giorgio. E ci piace, in generale, che canzoni e quindi atmosfere si riflettano in quello che è tutta la grafica, come deve essere in un buon disco.

RS – Progetti già in vista per il futuro?

TC- Goderci questo tour. E poi devo dire che Le Storie Che Ci Raccontiamo è un disco veramente pacificato e armonizzato. Gli ultimi anni sono stati molto belli ma anche ricchi di tensioni proprio per le vicende che ti dicevo. E quindi ritrovare l’armonia è la cosa che, adesso, proprio ci godiamo di più. Uscirà un nuovo singolo all’inizio della primavera, e l’idea è quella di riuscire a fare una buona tournée estiva. Ci affacceremo in Europa per qualche data a settembre, torneremo a trovare le comunità italiane a Parigi, Londra, Bruxelles. E poi vedremo, per ora ce n’è da fare…

 

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