Intervista a Meg: la voglia, la pazzia, l’incoscienza, l’allegria

Tra impegni e spostamenti in lungo e largo per l’Italia, siamo riusciti ad intercettare Meg alla quale abbiamo chiesto di raccontare e, soprattutto, di raccontarsi dopo il suo fortunato esordio solista

Meg scorrazza senza sosta in lungo e largo per l’Italia. Ma ciò non le impedisce di essere disponibile col suo pubblico e con i giornalisti curiosi di conoscerla più da vicino, seppure via email.

Ringraziandola ancora per la gentilezza e la disponibilità con la quale ha risposto alle nostre domande, le righe che seguono sono il risultato del nostro piacevole, seppur virtuale, incontro.

RockShock. Allora Meg, dopo i centri sociali, i concertoni del primo maggio, i viaggi in Chiapas, dopo aver raccontato di ingiustizie e di sfruttamento, dopo aver denunciato, inveito, saltellato, sabotato… sovvertito… dopo tutto questo viene la voglia, quasi l’esigenza, di tirare il fiato, di fermarsi un attimo e guardarsi dentro per vedere cosa è rimasto…

Meg. Quello con i 99 posse è stato un decennio volato via alla velocità della luce, sovraesposto, pienissimo… E’ stato naturale per me, quando il gruppo ha deciso di fermarsi, cominciare una sorta di percorso interiore per decodificare ciò che avevo attorno, ciò che sentivo e ciò che ero, al di là di tutto quello che già era stato vissuto, e mostrato, fino ad allora. Non ho dovuto pensarci, ho seguito l’istinto: una cosa, credo, molto femminile.

RS. Qual è stato il processo creativo che hai seguito per la realizzazione dei brani? Hai composto prima la musica oppure hai scritto prima le parole? Quelle “Parole Alate” che in qualche modo parlano di te, come ti si sono proposte? Hai fatto fatica ad andarle a cercare?

Meg. Ci sono pezzi in cui nascono prima le parole, pezzi in cui è la musica a tirarle fuori, altri ancora in cui le due cose nascono contemporaneamente avvinghiate. Non è una processo prevedibile. L’unica cosa importante è sentirsi come delle spugne. Il testo di “Parole Alate” è uscito fuori molto velocemente, senza fatica: evidentemente avevo assorbito in abbondanza! Faticoso è stato invece, in quel caso, assorbire, arrivare a certe riflessioni un po’ dolorose

RS. In “Simbiosi” sogni ad occhi aperti di un mondo che vorresti… Questa dimensione onirica può essere intesa come una fuga da una realtà che è tragicamente sotto gli occhi di tutti, una consapevolezza che, purtroppo, un altro mondo è impossibile oppure sognare il mondo come potrebbe e dovrebbe essere può darci nuova forza per cercare di cambiarlo?

Meg. In generale, io penso che la musica sia un po’ una fuga dalla realtà, sia per chi la fa, sia per chi ne fruisce. Ma, in particolare, nel caso del testo di “Simbiosi”, volevo invece, creando questo paradosso apparente, esternare quella che per me è una convinzione fortissima. E cioè che se non riesco ad immaginare, a sognare una realtà diversa da quella che mi viene imposta, non riuscirò mai neanche ad essere critica nei confronti della realtà stessa. Me la terrò così come mi viene propinata, senza riuscire nemmeno a pensarla un’alternativa! Ecco, per ribadire il paradosso, io credo che per sognare bisogna avere un forte senso della realtà

RS. Nel disco sono tanti e diversi i riferimenti alla natura: l’acqua del mare come tua seconda pelle, la terra fatta di lacrime e sole, la luna che illumina di latte il tuo cammino… Addirittura si possono ascoltare il canto delle cicale e il rumore di passi su una spiaggia greca. Elementi disseminati in diversi brani e poi ripresi, tutti assieme, in “Elemento”, più che un brano, una istantanea, una fotografia, un autoscatto che cerca di andare oltre la bidimensionalità dell’immagine, soffermandosi invece sulla profondità di cui sei fatta, sulla sostanza del tuo vissuto…

Meg. Per un vezzo del grafico, quella “a” sembra a tutti una “o”: in realtà il pezzo che tu citi si intitola “Elementa”. Elementa sono io, fatta di tante cose diverse, anche contraddittorie fra loro se vogliamo, ma le mie radici sono queste: posti di mare (incontaminato e non!), le città, i paesaggi aperti, la plastica, la luce, il buio… E’ chiaro che ogni singola parola, poi, può avere una propria dirompenza visiva, e diciamo, una corrispondenza letterale, ma ha anche, forse ancor di più, una valenza evocativa, simbolica, soggettiva, che va per associazione… In ogni caso, sì, la natura ha per me un’enorme importanza: il mare, in particolare, è il mio liquido amniotico, il mio cordone ombelicale con parti molto antiche, preziose, vitali

RS. Sempre su questo aspetto “naturale” del cd, se è vero che il tuo nome “appartiene al mare e del mare la tua vita è”, come canti in “Regno d’Acqua”, in altri pezzi risulta altrettanto vivo e vibrante il rapporto con la terra, la tua terra dalla quale vorresti sia prendere le distanze, partire verso un altrove, che restare a viverla per la sua assurda e folle bellezza…

Meg. Ma io sono estremamente “terrena”! Sono napoletana. E’ vero, spesso sono con la testa “altrove”, ma nonostante tutto, nonostante i problemi che in questa città si aggravano ogni giorno di più, vorrei restare: è il posto in cui sono nata. E’ una città meravigliosa… Peccato che siamo stati dimenticati dalla stato, dalle istituzioni e dalla legalità, peccato che la disoccupazione, il degrado e la violenza regnino incontrastati… ma sono problemi da poco! Scherzi a parte, credo che finchè si può, è importante restare nella propria terra natale cercando un minimo di renderla più vivibile e accogliente… I cordoni ombelicali sono duri da spezzare (per fortuna)!

RS. Nei tuoi testi, l’amore è molto presente. Ma se per l’ambiente che ti circonda è immenso ed assoluto, per gli esseri umani non sembra così. “Audioricordi” è lancinante nel suo dolore, anche questo, assoluto… “non più le stelle, non più le note della tua voce, mai più il tuo amore sarò”… E’ possibile dire “mai più” in amore? (scusami per la domanda Marzulliana…)

Meg. Al momento di una separazione, tutto ti sembra coniugarsi col più cupo e categorico dei “mai più”, tutto è morte, dolore, fine. Poi, superate le tempeste, le rabbie e i rancori, ti rendi conto che finalmente, elaborato il lutto, il sole può ritornare a splendere e che un sentimento si è naturalmente trasformato in un altro: non puoi non continuare a voler bene ad una persona che hai amato per tanto tempo!

RS. Così come assolutamente “no future” è “Sopravvivi”. Un brano duro, angosciante, definitivo, fin dal titolo. In dieci parole ripetute, l’essere umano pare abbia abdicato al piacere di vivere. Musicalmente parlando, un brano che sembra capitato per caso nella track list… ritmi sincopati ed elettronica “vecchia maniera”, in un contesto così etereo e, se mi passi il termine, “sottovoce” (il Marzullo che è in me ritorna…) come quello che si respira per tutta la durata del cd…

Meg. Non potevo tenere fuori dal disco la mia parte più… techno! Come non potevo lasciare a tacere la mia parte più pessimista: ci sono momenti in cui mi guardo attorno e tutto ciò che riesco a vedere è apatia, appiattimento, morte fisica ed intellettuale, distruzione ed autodistruzione… Ci stiamo avviando verso l’estinzione? Quanto si è perso del senso della vita? Quanto mi fa schifo una certa parte dell’essere umano? Quanto contribuisco anch’io a tutto questo sfacelo che si chiama Pianeta Terra? …E da pensieri del genere, poi, nascono pezzi del genere

RS. Perché hai inserito una cover in questo tuo album d’esordio così intimo e personale e perché, tra le cover, hai scelto di riproporre “Senza Paura”?

Meg. Proprio perché è un disco intimo e personale, volevo proporre uno dei pezzi che più intimamente fanno parte del mio bagaglio musicale, quello più antico insomma. Volevo anche dare al disco, così scuro, un tocco di solarità. In più volevo un pezzo che invitasse ad andare avanti nella vita attraverso i mille ostacoli che la caratterizzano, senza però risultare aggressiva o retorica: la dolcezza forte e travolgente del popolo brasiliano mi è venuta in aiuto. …O forse dovrei dire “la voglia la pazzia l’incoscienza l’allegria”…!

RS. Puoi farci un bilancio del tour? Che pubblico ti sei ritrovata sotto al palco? C’è stata subito empatia oppure l’hai conquistata brano dopo brano?

Meg. Ho trovato sotto al palco un pubblico molto attento, e data dopo data, se è possibile, sempre più attento e sempre più curioso nei confronti di ciò che di nuovo sto proponendo. Alle spalle ho dei musicisti incredibili che hanno capito a pieno lo spirito sperimentale del progetto e che stanno dando il meglio di se nelle performance live: la gente lo apprezza moltissimo… Mi arrivano un sacco di mail di complimenti per le… “mie ragazze”! Lo show, man mano che la turnè va avanti diventa sempre più compatto, oleato, divertente… La gente torna volentieri ad ascoltarci e questa è una delle soddisfazioni più grandi!

RS. Progetti futuri?

Meg. Il video di “Audioricordi” girato da Libero De Rienzo, grande attore e regista. Altre date. Un disco nuovo. That’s all folks!

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Ivan Masciovecchio
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