Arab Strap: recensione disco omonimo

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Arab Strap

S/T

(Chemical Underground)

indie folk, canzone d’autore

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arab-strapLondra, Manchester, Glasgow. Sarà qui, dove tutto è cominciato, che tra giovedì 13 e domenica 16 ottobre andrà in scena uno dei big weekend musicali più attesi degli ultimi dieci anni. È dal lontano 2006, infatti, da un secret show in Giappone organizzato per la promozione di The Last Romance, che Aidan Moffat e Malcolm Middleton – il leggendario duo scozzese cult-pop conosciuto come Arab Strap – hanno deciso di porre fine al proprio sodalizio artistico dando avvio alla rispettive carriere solistiche.

Ad anticipare i concerti ottobrini – andati sold out nel breve volgere di qualche giorno – l’uscita prevista per fine settembre di questo intenso doppio album compilation, una sorta di testamento musicale composto da ben venti secret hits and rarities scritte e registrate nel corso di una carriera decennale.

Un lavoro tutt’altro che nostalgico, idealmente suddiviso in due, dove ad una prima parte elettronica e rarefatta composta da dieci best of tratti dai sei album realizzati tra il 1996 di The Week Never Starts Round Here e il 2005 del già citato The Last Romance, passando per il disco-rivelazione Philophobia del 1998, se ne contrappone un’altra più rock-noise e, se vogliamo, intima, assemblata con altri dieci pezzi pescati tra EP, rarità, b-side e outtake.

Bello e dolente, dolcissimo e lancinante, sporco e candido come bolle di sapone, l’universo sonoro degli Arab Strap penetra quindi liquido, goccia dopo goccia – dalla danzereccia The First Big Weekend alla ipnotica Cherubs, dalla struggente (Afternoon) Soaps alla malinconica The Shy Retirer, passando per il post rock monumentale di We Know Where You Live e Blackness – riaprendo ferite mai rimarginate, riattizzando passioni mai sopite.

Oppure instillando nel cuore di chi si trovasse ad ascoltarli per la prima volta, oltre ad il rimpianto per averli scoperti troppo tardi, la grazia per un amore comunque possibile, da vivere à rebours, riannodando i fili di una storia che venti anni dopo è più viva che mai.

Appendice (memorie di Massimo Garofalo)

Intervistai Aidan Moffat in occasione del concerto degli Arab Strap al mai abbastanza compianto festival Frequenze Disturbate di Urbino. Quel giorno maturai la convinzione, che ancora mi accompagna, che difficilmente a un grande artista corrisponde un grande uomo. Aidan alle 6 del pomeriggio era già ubriaco di vino rosso e alle mie domande, tutte incentrate sul rapporto tra musica e poesia, rispose con frasi smozzicate, tra un rutto e l’altro, rivelando (?) che le sue maggiori fonti d’ispirazione erano (parole sue): la figa e l’ecstasy. Ciliegina sulla torta, la sera Malcom si presentò sul palco con un dito della mano sinistra fasciato/steccato: gli avevavo messo dei punti di sutura, la notte lui e Aidan, ubriachi, s’erano rincorsi sui tetti di Urbino ed era caduto, tagliandosi un dito. Il concerto fu comunque molto bello, anche se difficilmente sarei mai più riuscito ad associare la musica degli Arab Strap a questi due ragazzoni scapestrati.

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