Hush Arbors

L’album self-titled degli Hush Arbors ci porta nel mondo acid-rock del talento visionario di Keith Wood

Hush Arbors

Hush Arbors

(Cd, Ecstatic Peace!/Goodfellas)

psych-folk

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m_84286d8f94b54969aa2a086dade11a25Questo Hush Arbors degli H.S. possiede realmente la capacità di suscitare sentimenti ambigui nell’ascoltatore. Da un lato si sente – soprattutto nell’introduzione e nelle prime tre tracce dell’album – quella forza tendente all’assolutizzazione catartica, tipica di certe elaborazioni geniali di un’opera; dall’altro si percepisce invece una sorta di “resa” – della ricerca – che porta alla ripetizione astenica di singolarità musicali quasi “in automatico”, senza però rendere o distribuire, di conseguenza, un qualche tipo di tensione lungo l’asse strutturale dei brani.

Dunque, nel mostrare questa ambiguità di fondo, gli Hush Arbors dimenticano in più di qualche occasione di “dover dimenticare”, in un certo senso, ciò che li rende così “uguali”, e di recuperare quella capacità mostrata così bene in occasioni come Follow Closely oppure Rue Hollow: capacità, cioè, di superare la linea di confine che differenzia un brano folk-vacuo – non folk in senso stretto – da quell’immersione totale rappresentata dalla psichedelica pura, quando si trascendono involontariamente (dimenticando per l’appunto) gli stereotipi di genere.

E’ proprio questa indecisione mal gestita che penalizza l’album. L’intro ci aveva portati in qualche strano posto (un non-luogo fatto di assolo sixties, shoegaze, neopsichedelia e tanta indeterminatezza), per poi essere catapultati dinnanzi al folk-videogame di Follow Closely (in cui sembra aleggiare il fantasma della Beta Band). Rue Hollow è invece il capolavoro di questo strano psych-rock/concepimento, forte di una leggerezza al limite dello svenimento con la chitarra intenta a ricamare sogni-malinconie (tipiche del classic-folk) con all’interno la voce di Keith Wood veramente quasi in sovrimpressione (potrebbe fare benissimo da sottofondo alla famosa scena dell’Atalante di Vigo).

Poi c’è Gone, e quel riff tipico delle ballate elettriche di Neil Young e…

Mi fermo qui. Ascolto e ri-ascolto (infinite volte) Rue Hollow, perché questo è il vero album nell’album, degli H.S. E da questo atomo “incompossibile” immagino quel che ne sarebbe stato..

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Angelo Damiano Delliponti
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