Dead Science
Villanaire
(Cd, Costellation Records, 2008)
post rock
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Già conosciuto per la passata collaborazione con gli Xiu Xiu, il trio statunitense dà alle stampe un album che ne conferma i (molti) pregi e i (pochi) inevitabili difetti.
Una scaletta studiata scientificamente per alternare i brani più fruibili a quelli più coraggiosamente sperimentali. In apertura un dittico che vuole essere manifesto dell’intero album: chitarre post-rock mescolate a sintetizzatori e complicati arrangiamenti orchestrali da una parte (Throne of blood (the jump off)), ritmiche sincopate irrorate di dissonanze e squarci jazz dall’altra (The dancing destroyer).
La formula viene riproposta con successo lungo l’intero arco dell’album; si passa così dal pop orchestrale di Make M ine Marvel al gioco di suoni dissonanti e orchestrazioni dal respiro cinematografico di Monster island czars; dall’alternanza agrodolce di tappeti acustici e inserti d’archi di Lamentable all’imponente muro ritmico che sfocia nel delicato e insistito refrain di Death duel productions.
E ancora: strutture armoniche dal retrogusto sixties mescolate a linee vocali quasi trip-hop (Wife you), pianoforti glaciali e voce in falsetto à la Jeff Buckley (Holliston), deja-vu radioheadiani con aperture orchestrali quasi sinfoniche (Black lane), avvicinamenti improvvisi alla forma canzone più tradizionale (Sword cane), composizioni per chitarra classica inasprite da sincopate evoluzioni ritmiche e contrappunti sintetici (Clemency).
Un calderone di suoni che mantiene però una forte compattezza stilistica, la cui unica pecca evidente è l’utilizzo di un cantato smaccatamente simile a quello di Thom Yorke. Nulla nasce dal nulla però, preferiamo quindi trascurare questo neo e lasciarci avvolgere dalle sperimentazioni sonore di questo Villainaire, perfetta colonna sonora di una serata autunnale un po’ visionaria.
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