Sharazad: intervista

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Quello della band lombarda è un intenso pop rock che si muove tra melodie soffuse e momenti di psichedelia. L’omonimo Ep d’esordio, Sharazad, è stato presentato già da un po’ e i ragazzi ce lo hanno raccontato in tutte le sue sfumature.

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Come vi siete conosciuti, quali sono le tappe fondamentali che hanno portato la band dove è oggi, cioè alla pubblicazione di questo EP d’esordio?

È da anni che ci conosciamo grazie ad un caro amico comune. Siamo in tre: Alessandro Moroni (chitarra elettrica/effettistica/synth/mandolino), Diego De Franco (chitarra elettrica/tastiere/synth/batteria/voce) e Federico Uluturk (chitarra elettrica e acustica/basso/synth/organetto/voce). Prima del progetto Sharazad, attivo da un anno circa, avevamo militato assieme ad altri tre elementi in una band che per svariati motivi non decollò. Gli Sharazad nascono nel gennaio del 2015, segnati dall’esigenza di suonare senza alcun vincolo creativo. Tra la fine di gennaio ed inizio giugno abbiamo buttato giù tantissimo materiale per un totale di circa 13/14pezzi. 4 di questi hanno trovato tangibilità e casa alla Lady Blue Records, neonata etichetta indipendente. Grazie al taglio creativo di Vincenzo de Leo (il nostro produttore) abbiamo individuato le tracce che meglio si sarebbero incastrate in un’opera di 4 brani. Il risultato è l’omonimo EP uscito lo scorso settembre.

La scelta del nome, e di conseguenza dell’Ep? Sharazad ha forse a che fare con il racconto preso dalle “Mille e una notte”? 

In realtà il nome della band è dedicato alla cugina turca di Federico (che di cognome fa infatti Uluturk) anche se è inevitabile un rimando alla scaltra narratrice delle celebri novelle arabe.

Durante la composizione vi siete lasciati influenzare da particolari ascolti?

Vincenzo de Leo ci ha fatto conoscere Paolo Benvegnù durante il periodo della registrazione dell’EP e ci è piaciuto tantissimo! Ottimi testi, ottimi arrangiamenti.

Su cosa vertono principalmente le tematiche? 

Su qualsiasi cosa tranne vagina, calcio e macchine tuning. Anche se un po’ di vagina traspare in qualche nostro testo, ma ad un livello tollerabile.

Il male che fa è il primo singolo. Cosa vi ha spinto a scegliere questo brano per presentarvi al pubblico?

L’abbiamo scelto per vari motivi ma se dovessimo semplificare diremmo che è il brano che maggiormente rappresenta le nostre sonorità: da melodie soffuse ed intime a parti intense e psichedeliche.

È un argomento sempre molto discusso che riguarda ormai da anni la musica italiana, cioè quale lingua usare per esprimersi. Avete sempre e solo pensato in italiano oppure avete contemplato anche l’inglese?

Anche da questo punto di vista non ci poniamo limite alcuno e ci esprimiamo, come dici tu, in tre linguaggi: pezzi strumentali, in italiano e in inglese. Al fine di poter spaziare così tanto l’importante è garantire un mood comune tra i brani. Al momento, almeno in ottica di pubblicazione, pensiamo di perpetrare la strada dell’italiano per logiche di coerenza, lasciando l’inglese ad un futuro non definito.

Che tipo di effetti e, più in generale, che attrezzatura avete utilizzato durante le registrazioni?

Beh, abbiamo utilizzato di tutto e di più. Ci siamo davvero divertiti tra valvole, delay a nastro e leslie speaker ricreati in maniere improbabili. La registrazione dell’EP la definirei “analogica”. In futuro vogliamo sempre più tendere a questo discorso.

Cosa significa essere una band indipendente nel 2015?

Sicuramente addio al luogo comune del “sesso, droga e rock’n’roll”, senza citare poi la parte economica. Il mondo della musica come tutto ciò che ci circonda, citando Bauman, è liquido. Si fa fatica ad emergere in questo immenso, un po’ mostruoso calderone sonoro. Tuttavia rimane la grande soddisfazione regalataci nel credere in questo progetto e il migliorarci sia come compositori che come persone.

Perché dovremmo venire ad un vostro concerto?

Dovreste venire perché sarà tutto ciò che siamo riusciti a partorire in questi mesi riassunto in un’ora abbondante di show. Abbiamo in serbo una scaletta psichedelica che verrà accompagnata da uno spettacolo di proiezioni. Ci avvarremo del prezioso contributo di Stefano Ferrarese e di Simone Albertocchi che si aggiungono alla formazione per poter garantire un live dalle sonorità articolate e strutturate.

C’è un artista tra i tanti con cui vi piacerebbe collaborare in futuro e perché?

Ne avremmo una miriade tra Italia ed estero. Tra i nostri connazionali stimiamo molto Afterhours, Verdena, Fine Before You Came, Massimo Volume, Teatro degli Orrori e tantissimi altri ancora. Logico che se domattina ci chiamasse Jack White per collaborare, un bell’infartino a testa sarebbe più che probabile..

Lasciateci i vostri contatti.

Potete trovare tutto della band sulla nostra pagina Facebook; siamo anche su Spotify e iTunes.

Grazie per l’intervista, un grande in bocca al lupo!

 

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