Paul Weller: Find the Torch Burn the Plans

Paul Weller

Find the Torch Burn the Plans

(DVD, Cd, Island)

rock

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Il 2010 è stato l’ennesimo anno trionfale per Paul Weller, come sempre acclamatissimo da critica e pubblico in patria, piuttosto ignorato altrove.

Nella vecchia Albione il nostro cinquantaduenne Modfather viene considerato una specie di istituzione, prova ne è la candidatura agli ultimi NME Awards nella categoria miglior artista maschile per il sorprendente Wake up the nation. Un album nervoso e scorbutico (vedi recensione), volto ad (auto) esorcizzare il pericolo di adagiarsi su una carriera leggendaria e su una produzione sterminata caratterizzata da una qualità media di tutto rispetto.

Delle cinque serate alla Royal Albert Hall di fine maggio 2010, una sorta di festa che la città ha riservato all’eterno ragazzo di Woking, in Find the Torch Burn the Plans troviamo la penultima, quella del 27 maggio. Un blocco di 26 canzoni, interpretate con divertita energia insieme alla nuova band giovane e versatile.

Il sound è poderoso e fitto di dissonanze, perfettamente rispettoso del nuovo corso stilistico inaugurato in studio con 22 Dreams, del produttore e autore Simon Dine.

Si picchia duro e questo condiziona il criterio con cui si attinge al vecchio catalogo: degli Style Council solo Shout to the top, ma ci sono ben cinque pezzi dei Jam; rimangono inspiegabilmente fuori scaletta alcune gemme di Stanley Road, ed è in generale molto trascurato il repertorio solista sino ad As is Now.

Il mix di atmosfere toni e volumi è un po estraniante (chi scrive era presente fisicamente alle serate del 27 e del 28 ed il frastuono di certi momenti ha fatto rimpiangere i passati concerti in cui spiccava l’impareggiabile ed elegante sezione ritmica Minchella & White).

Si parte con la psichedelica Andromeda, quasi un falsetto in I’am high, si porta il volume al massimo con l’accoppiata Moonshine / Up the dosage, si prosegue con la bellissima Trees (una sorta di mini-suite dedicata al compianto padre e manager John).

Poi è la volta degli ospiti: il violino quasi tzigano di Sophie Solomon, ex Oi Va Voi nel tango One bright star e in Wild wood in versione trip hop; l’amico Kelly Jones degli Stereophonics (per le vecchie The Eton rifles e That’s entertainment), la neo-moglie Hannah Andrews nel folk onirico di Light nights, collocato all’interno di un gradevole miniset acustico composto da tre chitarre, un basso e quattro voci al proscenio.

In Art School Weller cede la voce solista al tastierista Andy Croft – da notare la sua acconciatura caricaturale di ideal-tipo mod – che sbriga il compito con buona disinvoltura e padronanza (in realtà va detto che un po’ tutti i membri della band cantano bene e suonano diversi strumenti). Ma l’evanescente Pieces of Dream non riesce a suggellare adeguatamente la chiusura di quasi due ore di concerto (Town Called Malice, dove sei? riprenderà il suo posto in coda la concerto del 28 …).

Il CD incluso nella confezione (acquistabile anche singolarmente nel link a fondo pagina) restituisce dodici highlights del concerto più sei esecuzioni estratte dal programma In concert della BBC, ospiti Lauren Pritchard e Richard Hawley.

E’ tuttavia il DVD ad avere un altro pezzo forte: oltre al videoclip di 7 & 3 is the strikers name, c’e’ il documentario integrale di Julien Temple già andato in onda qualche mese fa su Mtv Gold e che dà il titolo al cofanetto. Il regista inglese, oltre a filmare il gruppo in azione, segue Paul Weller in giro per una Londra fumosa, umida, nevrotica, opulenta e lacerata allo stesso tempo. La narrazione si sviluppa per strada in un fish and chips, dal barbiere, in un negozio di dischi, davanti alle sartorie di Savile Row, in una cabina telefonica, mentre saluta i fan. Viene anche coinvolta la gente comune: ciclisti, fiorai, clienti di un bar, clienti ed esercenti di un negozio di abbigliamento mod di Carnaby St, persino un giovane senza fissa dimora. L’obiettivo è centrato: si riesce ad afferrare davvero il clima, le sensazioni ed il disagio contemporaneo che hanno ispirato Wake up the nation. Per i fans non britannici l’assenza di sottotitoli (almeno in inglese!) è però penalizzante.

 

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