Mercury Rev: recensione concerto Roma (15 luglio 2009)

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Mercury Rev

Roma, Circolo degli Artisti, 15 luglio 2009

live report

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MercuryRev8Sono andato a vedere i Mercury Rev senza lasciare fuori, tra l’altro, un leggero fastidio causato da varie circostanze che non vi starò qui a dire. Avevo già ascoltato qualcosa del loro repertorio: album come Yerself is Steam, Boces, Deserter’s Songs – che in realtà non mi era piaciuto come i due precedenti – e l’ultimo Snowflake Midnight. Certamente non all’altezza dei primi, questo, che erano delle straordinarie ‘macchine psichedeliche’, forti di una trascendenza a filo continuo con quella degli anni ’60, e di una visionarietà energica.

Quest’ultimo lavoro, dunque, sembrava avvicinarsi nettamente allo spirito diafano del dream-pop, senza tralasciare però del tutto l’affondamento nella catarsi sensoriale tipica della prima psichedelia. L’esibizione si è svolta in toto all’insegna di queste due tendenze artistiche (quella apollinea del pop, con tanto di accenni glam/espressionistici, e quella più dionisiaca dello shoegaze e delle esplosioni lisergiche).

Fra brani storici e proposte dell’ultimo album, i Mercury Rev han saputo dar vita ad un impianto spettacolare molto suggestivo, con tanto di luci folgoranti e proiezioni “mangiatutto” bene in sintonia con l’eterogeneità della loro musica (senza tralasciare nemmeno la dance, fra l’altro). E in effetti le loro incursioni nell’acid-rock, all’insegna della dilatazione strumentale, con tanto di feedback e sovrapposizioni sonore, richiamavano alla memoria quelle dei Grateful Dead o dei Quicksilver Messenger Service, tanto per dirne alcuni, se non addirittura lo space-rock dei primi Pink Floyd.

Unica pecca della serata è stata probabilmente la stessa “degenerazione formale” a cui stanno tendendo; e non parliamo di degenerazione nel senso ‘buono’ del termine: a mio parere il loro nuovo stile – e già parlare di stile non è un bene se si considera che la band ha tentato sin dagli inizi, riuscendoci, di uscir fuori dagli stili possibili – rappresenta un’ulteriore caduta nella banalizzazione del loro miglior sound, pur considerando un miglioramento rispetto agli album immediatamente precedenti.

E a lungo andare la continua ricerca di espressività da parte di Donahue poteva anche risultare fastidiosa. Nonché la reiterazione degli affondi rumoristici. E pur essendo uscito leggermente prima della fine – causa l’imminente perdita dell’udito che mi si presentava dinnanzi – posso dire di aver assistito comunque ad un’esibizione niente male di una band storica, oramai, e per di più impeccabile dal punto di vista dell’esecuzione. Il fastidio tutto sommato è diminuito (assieme all’udito).

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