da Black Jezus: l’intervista

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da Black Jezus- Don't Mean A Thing

In occasione della pubblicazione del loro EP d’esordio Don’t Mean A Thing, abbiamo intervistato il duo siciliano da Black Jezus composto da Luca Impellizzeri (lyrics, vocals, guitar & beat) e Ivano Amata (guitars & xilo). Un interessante fusione di generi dal sapore internazionale.

RockShock: “da Black Jezus” è un nome molto particolare. Come mai lo avete scelto per il vostro gruppo?

da Black Jezus: Da Black Jezus è puro slang afroamericano, il linguaggio, musicale e non, a cui ci rifacciamo, tanto che i miei testi sono volutamente sgrammaticati (vedi la titletrack) come certa musica black. Esprime anche il grande amore che io e Ivano nutriamo per la pallacanestro ed il rap di fine anni ‘80/inizio anni ’90: Black Jesus fu il soprannome del talentuoso cestista dei Knicks nonché il nome di un pezzo minore di 2Pac e di uno molto famoso di Everlast. Sottintende metaforicamente anche alla luce dopo il buio, che è un po’ la filosofia espressiva del nostro ep d’esordio “Don’t mean a thing”.

RS: Fondete la canzone d’autore con il blues e l’elettronica: quali musicisti vi hanno ispirato a fare questo azzardo?

dBJ: Come autore mi hanno ispirato moltissimo il primo Harper e i blues tradizionali, come gli artisti del Delta degli anni ‘20/’30. Il beat e la parte ritmica è e vuol essere puramente rap-soul. Quindi un crossover di diversi elementi musicali puramente afroamericani. Per quanto riguarda i musicisti che ci hanno ispirato a fare questo azzardo, direi che abbiamo azzardato da noi, poiché vogliamo creare un territorio sonoro che sia puramente e solamente nostro.

RS: Luca, hai davvero una voce unica, che si differenzia molto dai timbri più comuni. Quali sono i tuoi cantanti di riferimento?

dBJ: Ho cantato molte cose in vita mia, cercando “la mia giusta via”, per così dire, ma l’espressività vocale nera è quella che mi è sempre parsa quella più vicina alla mia esigenza espressiva. Potrei citare Harper, Ray Charles, Muddy Waters, D’Angelo e via discorrendo ma sarebbero comunque veramente pochi.

RS: Quanto c’è di autobiografico nei tuoi testi?

dBJ: Nei miei testi c’è il mio pensiero, il mio sangue, tutto l’amore e l’anima che ho in corpo, per questo “Don’t mean a thing”. E’ blues e soul al contempo. C’è dentro l’intimità potente dell’amore, e la redenzione dell’anima. Una cronaca poetica di un momento sentimentale particolare e decisivo della mia vita.

RS: La vostra regione d’origine è la Sicilia. Com’è lì la situazione della musica emergente? Ci sono abbastanza spazi in cui suonare? Ci sono differenze sostanziali rispetto al resto dell’Italia?

dBJ: Come sia la situazione al di fuori della Sicilia onestamente non saprei. In Sicilia spazi in cui suonare veramente ce ne sono pochi. Si tende quasi ovunque alla mania da cover, e i “pappagalletti” dei vari Ligabue e Vasco Rossi sguazzano felici, spopolano infatti club dove la gente apre la bocca e chiude le orecchie, ma qualche rara eccezione c’è, per fortuna.

RS: Dopo la pubblicazione dell’EP cosa farete? State lavorando alla realizzazione di un LP?

dBJ: L’album arriverà. Non ci stiamo lavorando ma lo stiamo già pensando.

RS: Con quale artista vi piacerebbe collaborare in futuro?
dBJ: Magari un artista che si scosti leggermente dai nostri territori musicali e dalle nostre influenze.

 

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