Il dEli: Lo stupido che canta

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Il dEli

Lo stupido che canta

(Lachioccola Records)

folk, pop, cantautorato, rock

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Il dEli Lo stupido che cantaIl pregio più grande dell’album di Roberto Deliperi, in arte dELI , forse è al tempo stesso il più grande difetto, sto parlando della grande varietà di sonorità e atmosfere presenti in questo disco; infatti Lo stupido che canta è un collage di generi e stili più disparati, si passa da melodie pop, a ritmi più funky e reggae, da echi rock a musiche blues e jazz.

Eclettico, poliedrico, versatile, sono tutti aggettivi consoni a questo album, lo stesso si può dire della duttilità della voce di dEli, sempre piacevole e meravigliosamente credibile in ogni genere affrontato, tuttavia questo continuo cambio di orizzonti non può che provocare un po’ di disorientamento, un certo spaesamento in chi lo ascolta. A volte la sensazione è quella di essere davanti al televisore e, proprio mentre ti stai affezionando ad un programma o un telefilm, qualcuno arriva e ti costringe a fare continuamente zapping, ti viene da dire: “Ehi, aspetta! Fammi sentire meglio questo passaggio, non era male!?”.

Il disco si apre con Viaggio sulla Terra (The Earth) che a sua volta comincia con un mix di voci, percussioni e melodie, in un crescendo che culmina con un rullo di tamburi, e poi da lì parte, accompagnato dai tasti del piano, il viaggio spaziale de il dEli; nel complesso il brano è più che gradevole, particolarmente apprezzabile sono sia l’interludio che il reprise del pezzo presenti nella traccia numero dieci, finezze difficili da trovare negli album contemporanei, che sembrano un omaggio a quelli di un tempo passato, si pensi ad esempio a Roger Waters e i Pink Floyd. Lo stesso si può dire di questo primo brano del disco, infatti mi piace pensare che questa canzone sia nient’altro che una personale e sentita dedica a Bowie e alla sua bellissima Space Oddity. Citazioni, riferimenti e richiami sono il leitmotiv dell’intero album, ma di questo se ne parlerà ancora successivamente.

Il secondo brano parla di Stefania, il viaggio interstellare si è concluso e ora ascoltiamo un brano tipicamente cantautorale, un ritratto dolce e melodioso di questa ragazza che “anche se ha quasi cinquant’anni è una vita che sorride”, beata lei. Con “Crash” cambia tutto, inaspettatamente un brano dance che ci fa capire che anche il dEli ha ascoltato con gusto, e metabolizzato a suo modo, il Battisti del periodo Panella.

Lo stupore continua con la quinta traccia, London sun, una canzone raggae, vivace e orecchiabile. La successiva Le frasi rubate è quella che meglio rappresenta questo album: se è vero che Picasso disse “I mediocri imitano, i geni copiano”, più modestamente il dEli ci di che “le frasi le rubi per passione o esigenze o per scrivere canzoni stonate”; la canzone non è per niente stonata, anzi la voce di questo cantautore sa essere deliziosa, e così anche la sua capacità di interpretazione, però è il momento di soffermarci un attimo su quanto accennato in precedenza. Questo album contiene continui rimandi ad artisti che sicuramente piacciono a tutti noi e altrettanto sicuramente rappresentano il background musicale del protagonista, purtroppo, però, questo non fa sempre bene al disco, in quanto, a mio avviso, lo fa peccare un po’ di originalità.

Billy Bob è una canzone d’amore per la vita quotidiana d’appartamento passata con gli amici animali, ritmi vivaci e non banali. Tamburi tribali accompagnano Una meta non ho mentre Blues d’amore si trasforma in un techno blues contaminato da una bella sequenza di basso e tastiera. In conclusione del disco troviamo una bonus track, uno swing veramente incantevole e che, musicalmente parlando, ho trovato fosse la migliore dell’intero disco.

Insomma, un album dalla struttura disorganica, dai contenuti e le forme non sempre inedite, ma tutto sommato cantato e suonato più che degnamente.

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