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Franc Cinelli: The Marvel Age (una recensione che è anche un’intervista)

Franc Cinelli torna nei negozi di dischi con The Marvel Age, il suo nuovo ispiratissimo album tra country, folk e ballate dal forte sapore americano seguendo le orme di Springsteen e Dylan

Franc Cinelli

The Marvel Age

SongCircle Records

folk

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recensione-Franc Cinelli- The Marvel Age

E poi ci sono quelli come Franc Cinelli, giunto con The Marvel Age al suo quarto album. Più lo ascolto e più mi viene da pensare a un vecchissimo lavoro di Claudio Baglioni, parliamo del 1971 e di Un Cantastorie Dei Giorni Nostri. Non per affinità musicali, che proprio non ci sono, bensì per quella vena cantautorale dalla quale tutto ha origine e per quei “giorni nostri” che sono rimasti incastrati nel passato, esattamente nel punto in cui la diffusione massiva della musica digitale e dei talent show hanno demolito i muri dei negozi di dischi per costruirne un altro davvero mastodontico che, oggi, ci appare insuperabile.

I talent sono molto importanti per gli artisti come me. Ok, non mi troverete sul palco di X Factor, però quello che X Factor fa per me è far spegnere la televisione a tante persone che dalla musica che ascoltano cercano più che il semplice intrattenimento. Non che gli artisti di X Factor non abbiano nulla da offrire, anzi. Ma magari il tipo di scrittura, le domande poste nelle canzoni, le cose che ci fanno pensare e riflettere su noi stessi, come la scrittura che viene in mente quando si pensa a un album come Un Cantastorie Dei Giorni Nostri che forse non si trova più alla TV o in tutti i media store che oggi passano per negozi di musica, ma gli artisti che hanno storie da raccontare esistono comunque. Bisogna però andarli a cercare. Magari sono su youtube o nel locale in piazza invece che al palasport, ma esistono. I talent hanno fatto spegnere la TV a tante persone che forse si sono un po’ stufate e si sono messe in cerca di qualcos’altro. E io sono sempre in cerca di loro. Così spesso ci incontriamo e rimane un incontro importante per entrambi. Grazie ai talent, continuate così, vi ringrazio sinceramente.

Il brano di apertura, Alchemy, ha delle sonorità fresche e predispone immediatamente a un ascolto comodo. Cinelli ama citare le sue influenze musicali (Eric Clapton, Robert Johnson, Muddy Waters, Freddie King) al pari di quanto i critici amano affiancarlo a Springsteen e Dylan, probabilmente per quel sapore di ampi spazi che hanno le sue musiche a cavallo tra il country e il folk. E in effetti sembra di vedere una vecchia pompa di benzina semi arrugginita che fronteggia la scritta mezza decrepita di un vecchio motel disperso chissà dove sulla Route 66, tra i fantasmi di Kerouac e Ginsberg coi loro taccuini per appunti. Ma probabilmente è solo fascinazione. Proprio come la ritmica di chitarra di Travelling Alone che mi riporta quel mood di Baby Driver, addirittura 1970, Simon & Garfunkel.

La musica americana rimane sempre una fonte d’ispirazione importante per la mia musica. Lo è sempre stata. Io la mia gavetta da songwriter l’ho fatta suonando dal vivo in tanti open mic in tutta Inghilterra e poi passando parecchio tempo attraversando l’America suonando in locali piccoli, che spesso neanche erano locali! Ero andato alla ricerca dell’America di cui parli tu, quella di Kerouac e di Robert Johnson. Non l’ho trovata. Però ho trovato qualcosa di mio che ora riesco a trasmettere con le mie canzoni. L’emozione di trovarsi, o spesso di non trovarsi, in un viaggio. Questo è il songwriting.

Proprio a metà della set-list arriva il mio brano preferito, Blindsided. Un po’ se la cerca, forse ci gioca con un pizzico di furbizia o forse ancora non può proprio farne a meno, “stay all night, dancing in my kitchen till the morning allright and I’ll sing for you Thunder Road…”. E’ curioso, perché Franc è cresciuto suonando il violino ma ben presto, rendendosi conto che lo brandiva come una Telecaster, ha preso in mano la chitarra e non l’ha più mollata. In questo brano, invece, l’arpeggio è al pianoforte, come nella suggestiva versione di Thunder Road live at The Hammersmith Odeon del 1975.

La strofa di Thunder Road, se devo essere onesto, è da un po’ di tempo che cercavo di metterla in una mia canzone. Cosa si può dire di Thunder Road?! Comunque il piano per me diventa sempre più importante. Ne ho uno molto bello nel mio studio e mi ci ritrovo davanti sempre più spesso. In un certo senso è meno impegnativo della chitarra. Tutte le note sono li… sette bianche e cinque nere, basta solo sceglierle.

Con Breakers si torna all’elettricità e, visto che il filo conduttore è il paragone con altri musicisti, lasciatemi dire che sui primi accordi mi aspetto di sentire irrompere la voce di John Fogerty: “here we are, here we are, here we go”. Invece si delinea quello che, probabilmente più di altri, potrebbe essere un ottimo singolo. La melodia è semplice, il chorus con background vocal è di sicuro impatto, gli arrangiamenti sono ben curati e la struttura è più radiofonica del solito ma senza che tutto ciò vada a ledere il profilo di un pezzo che rimane di ottimo livello.

Certo parte del merito è anche dei musicisti, Laurence Saywood al basso e Drew Manley alla batteria, gli stessi che hanno accompagnato Cinelli in un lungo tour dopo l’uscita del precedente I Have Not Yet Begun To Fight. E l’ispirazione per questi 10 nuovi brani è nata proprio on the road. Franc dice una cosa interessante, che le canzoni sono un po’ come dei selfie che fermano un determinato istante per sempre: poi lo si potrà riguardare ma senza avere la possibilità di tornarci.

Esatto, la scrittura per me è un piccolo selfie. Non penso che riuscirei mai a scrivere la stessa canzone due volte. Ogni canzone rappresenta il chi, dove e quando di quel momento. Però è un selfie col timer: se non lo prendi al momento giusto viene tutto sfuocato.

Animals e Blue scorrono via piacevoli e Driver è un’altra delle mie preferite. Chiude Leave Here Running, suonata sul palco del Boars Nest mentre Daisy Duke fa vacillare le birre e i microfoni.

E’ un album che mi piace, gli darò un voto alto, probabilmente lo acquisterò nel formato vinile, lo metterò su un’oretta prima che inizi la prossima partita della Roma per smontare quell’attesa che non finisce mai. Eh sì, perchè The Marvel Age sa bruciare il tempo due volte: si arriva alla decima traccia senza quasi rendersene conto, rimanendo ancorati a un passato moderno che lascia solo cenere di quello che c’è dietro il muro e fin qui.

Sembra un po’ un disco di Mellencamp, chissà se Franc si incazza per il paragone, ah!

Anzi! Un paragone fantastico, grazie. Non so, però, se io ho ancora scritto il mio Jack & Diane.

Quel che è certo, invece, è che ha scritto questa recensione insieme a me.

 

I prossimo concerti di Franc Cinelli

12 novembre – Milano – Nidaba, Via Gola 12

13 novembre – Roma – Le Mura, Via Porta Labicana 24

Info live: www.franccinelli.com

 

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