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Europe: roundtable e recensione concerto Milano, Alcatraz, 28 novembre 2015

Gran concerto degli Europe all'Alcatraz di Milano per presentare i brani del loro nuovo album War Of Kings e riproporre i vecchi classici che non tramontano mai. E nella conferenza stampa hanno raccontato...

Europe

Milano, Alcatraz, 28 novembre 205

roundtable / conferenza tampa, live report

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La conferenza stampa inizia senza troppo ritardo. Gli Europe non sono di quelli che se la tirano come le star, e questo mi mette di buon umore.

Non dev’essere semplice suonare dopo i recenti fatti di cronaca. Joey è di poche parole al riguardo “Il tour era già programmato e le cose stanno andando bene, toccando legno (tocca il tavolo), toccando legno… (tocca la sua testa). Anche Ian è diplomatico “Non bisogna nascondersi alle forze del male, altrimenti vincono loro, dobbiamo portare la musica e la forza dell’amore”. A entrambi fa eco Mic “Prima di quello di stasera abbiamo fatto qualche altro show ed è stato fantastico, c’era qualcosa di speciale nell’aria, specialmente in Francia e ancora di più a Parigi, il feeling tra il pubblico e la band era… una sala piena di pace e amore”.

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Rivederli sul palco dopo qualche ora fa un certo effetto. Soprattutto perché la sala è piena e i fan li acclamano come nella migliore tradizione.

Per fortuna questo è uno dei pochi concerti della leg europea del tour ad avere una set-list completa, considerato che quasi ovunque si sono esibiti o si esibiranno come special guest degli Scorpions.

Si parte con la title-track del loro ultimo lavoro in studio, War of Kings, un bel pezzo rock sul quale le tastiere di Mic Michaeli suonano dal vivo ancora meglio che sul cd.

Hole in My Pocket mette in chiaro l’attitudine rock della band e l’intrecciarsi degli assoli di John Norum con la voce di Joey Tempest regala spettacolo. È una delle canzoni che eseguono più volentieri dal vivo oltre a Praise You che, dice il frontman, “è dinamica, emozionante e potente”. E a Angel Of Broken Hearts che, dei nuovi pezzi, è quello che rappresenta meglio la mutazione nel loro modo di comporre, come spiega bene Mic “È una canzone che abbiamo scritto interamente in studio mentre registravamo, ed è una cosa che non avevamo mai fatto prima”.

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Scruto gli occhi di mia moglie, che mi ha accompagnato tanto per non rimanere a casa, e la sua perplessità è più accecante delle luci del palco.

Già, perché è fuor di dubbio come in questi anni gli Europe siano scomparsi dai radar, perlomeno da quelli del grosso pubblico. E chi, per nostalgia o curiosità, è venuto a riscoprirli stasera, si aspettava melodie da carillon e non certo questo quasi heavy-metal. “All’epoca eravamo giovanissimi”, dice Joey, “ora sappiamo come registrare un album”.

Non c’è il tempo di arrovellarcisi troppo però, perché Supersitious arriva roboante a mettere d’accordo l’intera audience, ma senza strafare. Le bombe sono in serbo per dopo.

Il taglio dello show è molto chiaro: qualche pezzo dell’era moderna e poi una pillolina dal passato d’oro per rendere tutti felici. Qualche altro pezzo post-glam e poi via con la ballatona.

Carrie è da brividi. Le luci sono soffuse, la melodia di quelle migliori, le migliaia di voci un unico coro, i ricordi dei presenti levitano invisibili e si scontrano nell’aria dell’Alcatraz come in un tagadà impazzito mentre gli smartphone riprendono la tachicardia latente.

La ricetta è semplice ma efficace, proprio come la musica di questi ex bellocci svedesi.

Joey si mantiene ancora bene, per la verità. E la sua voce mi sorprende positivamente. Anzi, forse è addirittura troppo impostata per il genere, anche se stasera deve combattere parecchio con la raucedine. Qualcuno prima di salire sul palco gli ha insegnato a dire “Bella storia”, e lui continua a ripeterlo sembrando Giovanni Tempesta il rapper dei Navigli.

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Dovendo intervistarlo, nelle scorse settimane sono andato a documentarmi per cercare di capire che tipo è. Così mi è capitato di leggere da qualche parte che il suo “piece of music” preferito è il bridge di Open Your Heart, quando dice “I’ve been waiting for the angels to knock on my door”. Ho aspettato tutta la sera per guardarlo dritto negli occhi mentre lo cantava e, invece di lasciarmi travolgere dalle emozioni, ero pronto a concentrarmi per cercare di comprendere da dove arriva la sua ispirazione. Sarebbe stato il mio momento preferito dello show, ma è rimasta un’aspirazione.

Joey, c’era una canzone nel tuo primo album solista in cui cantavi “There’s a place that I’d like to reach” (C’è un posto che vorrei raggiungere). Sei arrivato dove stavi andando? “Quando ci siamo incontrati nel 2003 nell’appartamento di Mic a Stoccolma ci siamo seduti come non facevamo da molto tempo per cercare di costruire un nuovo futuro e credo che ci siamo riusciti”. Guarda Mic, che è d’accordo “Sì, non fermarsi mai”. Joey, “Già, non fermarsi mai. Bisogna continuare ad avere passione e a lavorare duro, a sviluppare stili diversi e a muoversi in direzioni diverse”.

Non so perché abbiano scelto proprio The Final Countdown come brano di chiusura. Forse è una scelta simbolica quella di lasciare in fondo ciò che nell’immaginario universale –volenti o nolenti- li caratterizza di più (come Jump per i Van Halen o Wind Of Change per gli Scorpions), o forse è solo una necessità dettata dalle tempistiche dello spettacolo.

Più probabilmente anche loro sono consapevoli che, inevitabilmente, non potranno mai staccarsi del tutto dal cordone ombelicale e, altrettanto verosimilmente, neanche lo vogliono. E il miglior modo di autocelebrarsi e di lasciare il palato degli spettatori ben saporito è proprio salutarli con il boccone DOC della loro produzione.

Appena qualche mese fa avevo chiuso la mia recensione di War of Kings qui su Rockshock domandandomi se quello degli Europe fosse un light metal che non deborda o un melody rock degenerato. E lo avrei anche chiesto a Joey Tempest se invece della press conference ci fosse stata l’intervista face to face inizialmente prevista, perché è una domanda che a mio avviso richiede quel minimo di confidenza che non si può ottenere in catena di montaggio.

Ma si vede che è destino che debba rimanere col dubbio.

E tutto sommato non è male, perché a me questi capelloni non troppo ruvidi continuano a piacermi così come sono, dei cattivi per bene, senza tanti se e tanti ma.

E, a quanto pare, dopo trent’anni sono ancora in buona compagnia.

 

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