One Dimensional Man: Intervista a Pierpaolo Capovilla

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intervista one dimensional man pierpaolo capovillaUn caldo mercoledì di Luglio nel backstage del concerto che i One Dimensional Man stanno per tenere in occasione del PummaRock Festival 2011.
Ne approfittiamo per parlare con Pierpaolo Capovilla, frontman della storica band alt-rock One Dimensional Man e del Teatro degli Orrori -nato come side-project e finito per avere più successo del nucleo originario-. Il gruppo veneto, fresco di pubblicazione del nuovo album A Better Man che segna una svolta radicale nel sound noise delle origini, era lontano dalle scende da ormai sette anni, dopo 4 album influenti per la scena indipendente italiana.

Rokshock: Vorrei partire da A Better Man. Ho letto recensioni per lo più positive.
Pierpaolo:  Beh, ce ne sono state anche molte negative, alcune anche ingenerose soprattutto fra i bloggers.
Rockschock: Il nostro punto di vista è sicuramente positivo.
Pierpaolo:  E mi fa molto piacere.
Rockschock: Il titolo dell’album è una scelta casuale, o la consapevolezza di essere diventati uomini migliori e più maturi?
Pierpaolo: E’ chiaro che è da un lato semplicemente il titolo della canzone che dà il titolo al disco. E non è un titolo che ho scelto io, l’ha scelto Rossmore.
Queste sono le canzoni sue, le poesie sono sue. Noi l’abbiamo preferita a tutte le altre per dare un nome a questo disco e per simboleggiare un cambiamento.
O quantomeno evocarlo, in meglio e non in peggio. Con questo disco, dopo sette anni di assenza creativa da parte dei ODM, abbiamo fatto un lavoro decisamente più avanti dei precedenti.
Rockschock: Rappresenta secondo me una svolta nel vostro modo di porvi. Allontanarvi dal noise puro, dalla scuola di Chicago, per evidenziare una maggiore sperimentazione del suono.
Pierpaolo: Sì. Cercare una dimensione diversa alle canzoni che abbiamo in mente e magari fuggire dai clichè che hanno sempre dominato l’intero repertorio del gruppo.
Entra Giulio Ragno Favero.
Rockschock: visto che è appena entrato colgo la palla al balzo. Credo che la sua mano si senta molto nell’album.
Pierpaolo: Sono d’accordo, anzi è una cosa che abbiamo salutato con piacere. Questo disco nasce da idee di tutti e tre, ognuno di noi si è fidato dell’altro e ha avuto fiducia nella bontà delle idee dell’altro.
Come dire, ogni volta che fai una canzone ti poni un obiettivo che non conosci ancora perchè sai che sarà il frutto del lavoro di tre persone, e non di una soltanto. E questo è bello, una delle cose più fighe e democratiche di un lavoro. Riuscire a fare le cose insieme. Se c’è un grande furto che ci fa la società in cui viviamo, è che ci induce, anzi molto spesso ci impedisce di lavorare insieme nel senso della cooperazione. Ci atomizza. Tu fai questo, tu fai quello, e comando io. E invece fare gruppo, fare band, è un’esperienza che si muove nell’esistenza di una persona nel senso del progresso e della democrazia.
Rockschock: Mi riallaccio a questo tema di società per chiederti se la cover di Walker che avete inserito nell’album, che parla dell’amore in generale e delle bugie che ci sono nei rapporti amorosi, è stata scelta per un tuo particolare amore verso l’artista o perchè credi che sia un tema attuale nella nostra società.
Pierpaolo:  La seconda che hai detto. Innanzitutto è una cover, e non può essere immediatamente associata alla mia biografia, ma in realtà l’abbiamo scelta per il suo tema. Coniuga perfettamente con le liriche di Rossmore, che parlano bene o male di tutte le relazione private e più intime che abbiamo nella vita. Però in questa canzone si narra dell’enorme bugia che può accadere anche in quella particolarissima relazione sociale. Perchè una relazione sociale è l’amore. Quella bugia può essere: io ti prometto l’amore, però in realtà non ti amo. Ti sposo, vivo con te tutta una vita, però io non ti amo. Una bugia terribile, quasi drammatica se non tragica. Questo parla dell’oggi. L’individualsimo e l’edonismo che hanno invaso l’esperienza della nostra vita ci portano spesso ad ingannare il prossimo. Anche il più prossimo del prossimo.
Rockschock:  Mi allaccio ai testi, facendo un parallelismo con il teatro. La tua preferenza va verso l’italiano o l’inglese?
Pierpaolo:  Io sono convinto che non sia molto importante la lingua con cui canti, ma soprattutto sia importante il contenuto che tu dai alle tue canzoni. Non c’è dubbio che io viva un momento, grazie al Teatro, in cui mi sono fortemente disaffezionato alla scrittuta in inglese. Non è la mia lingua, dunque la lingua inglese mi ha indotto a scrivere delle canzoni in maniera diversa da come le posso scrivere in italiano. Perchè la lingua inglese diventa un media fra ciò che vuoi dire e ciò che dirai. Maggiore è l’inseperienza con l’immaginario di quella lingua e maggiori sono le possibilità di dire delle cose strane. Con gli ODM mi sono avvalso della collaborazione di molte persone, miei cari amici di lingua madre compreso Malcom Silvers che fu mio professore di storia negli Stati Uniti all’università, un anziano signore ebreo comunista newyorkese, che mi fatto capire molte cose. Nel caso di A Better man faccio l’interprete e basta. E sono felice di farlo, mi sento molto a mio agio. Li trovo sufficientemente eleganti i panni dell’interprete. E mi piace cantare qualcosa che ha scritto qualcun’altro. E mi piace soprattutto quello che ha scritto Rossmore. E’un uomo che mette tutto il cuore che ha, che è grande, in ogni cosa che fa.
Rockschock: A proposito di cuore messo in quello che si fa. Continuerà l’attività parallela fra Teatro e ODM?
Pierpaolo:  Si, ci mancherebbe altro. A Settembre con il Teatro siamo in studio di registrazione per fare il nuovo disco. Punto. Il terzo album del Teatro è alle porte e ci auguriamo di riuscere a pubblicarlo entro febbraio dell’anno prossimo. Saremmo dei pazzi se ci rinunciassimo. A parte le chiacchiere e i rumors in concomitanza con la parte finale dell’ultima tournè, io non ho mai pensato di concludere l’esperienza del Teatro.  Sarei uno sciocco se lo facessi.
Rockschock: Il pubblico sembra diventare sempre più avvezzo a fornire critiche, spesso in maniera massiva. Le valuti positivamente?
Pierpaolo: Non posso lamentare delle voci critiche nei confronti del mio lavoro. Viviamo in una società di persone diverse e ognuno la pensa come vuole, ci mancherebbe altro. E poi, prima viene la società e poi vengo io e le mie idiosincrasie o le mie paranoie. Certo le critiche non fanno sempre piacere quando sono ingenerose o anche ignoranti. Ma non può dipendere da me. Va detto anche che l’imbarbarimento dei rapporti sociali nella società italiana degli utlimi anni inevitabilmente si riflette anche nella rete. E c’è chi ti ingiuria, hanno coniato la definizione di haters, ma io non ci posso fare niente. Non sono io che decido come va il mondo,  io posso solo contribuire a dare il mio. E quello che voglio dare io è scrivere buone canzoni che facciano riflettere e che abbiano qualcosa da dire e che inducano a una domanda in più piuttosto che a risposte superficiali. Credo fermamente in quello che faccio e alla politicità del mio lavoro. Lavorare nella musica leggera vuol dire inevitabilmente contribuire alla modulazione dell’immaginario colletivo. E l’immaginario collettivo è la categoria nella biopolitica post-moderna.

Rockschock: Mi fai pensare agli Afterhours che hanno fondato un fan club ufficiale per autofinanziarsi, nei concerti e nel merchandise per poter gestire a tuttotondo le loro attività. Subito dopo l’annuncio è spopolato il caos in rete. Forse però, analizzando bene la cosa, è una mossa idonea a contrastare la crisi dell’industria discografica.
Pierpaolo: Non sapevo di questa cosa. Il mercato discografico comunque è morto e ne stiamo celebrando il funerale ogni volta che saliamo su un palcoscenico. Per vivere di musica in Italia devi suonare dal vivo. Una volta facevi una tournè per promuovere un disco. Adesso fai una disco per poter fare una tournè. La figura dell’artista rock è passata da quella abbastanza spregevole del rantier marxiano, del parassita sociale a cui piovono in testa i soldi perchè ha stampato un disco e ha venduto mezzo di milione di copie e comincia a fare la bella vita edonistica, ad essere degli artigiani, dei lavoratori veri. C’è gente che fa le proprie torunè per arrivare alla fine del mese o magari avere qualcosa di più. Fare musica in Italia è difficile, ma io non mi lamento. Tutto sommato mi rende anche felice questa cosa, così non imbarbariamo le nostre coscienze con i soldi o con i piccoli egosimi quotidiani. Sono fiero di poter avere il privilegio di salire spesso sul palco e poter spaccare il culo. Amo il mio lavoro, amo la musica che faccio e amo sprattutto l’affetto e l’amorevolezza che mi vengono restituiti dal pubblico.
Rockschock: Parlando di affetto, credo che di palchi ne avete calcati tanti. Pensi che il pubblico del sud abbia quel calore e quell’affetto in più di cui spesso e volentieri si parla?
Pierpaolo: E’ un pò un luogo comune, non è sempre così. Però è innegabile che al Sud ci sia più calore umano in genere.
Rockschock: Ci auguriamo allora un ottimo concerto per stasera e ti ringraziamo.
Pierpaolo: Spero di non deludervi!

Si ringraziano i One Dimensional Man, la Tempesta, e Alfredo Capuano di NewMedia Press.


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