Guns N’ Roses: recensione del concerto di Imola, 10 giugno 2017

Guns N’ Roses

Imola, Autodromo

live report

10 giugno 2017

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Guns N' Roses recensione concerto imola 2017

 

Le reunion sono sempre un po’ così, c’è chi le considera come la possibilità di recuperare l’occasione mancata in passato di vedere dal vivo i propri idoli, e chi invece le giudica come un mero affare di marketing che, anche sotto il profilo artistico, non è nulla di più di un revival mega milionario.

Qualche anno fa sono andato a vedere i Guns’n’Roses, ossia Axl Rose con un gruppo di session men cui qualche tribunale americano ha riconosciuto i diritti di utilizzo del nome, al Forum di Assago. Loro erano bravissimi e con un sound talmente pulito che sembrava quasi che Axl cantasse su delle basi da karaoke. Delusione, anzi, disillusione: nulla a che vedere con il rocker scatenato che aveva infiammato la mia adolescenza.

Poi è stata la volta di Slash e Miles Kennedy, coppia ben assortita ma che comunque mi ha lasciato tornare a casa moderatamente affamato.

E ancora i Walking Papers di Duff McKagan, cui il tempo e gli abusi hanno lasciato una faccia intagliata alla Charles Bukowski che racconta la sua vita molto meglio delle sue due recenti autobiografie e che ha reso la loro esibizione un piacere da leggere soprattutto attraverso gli occhi.

Stasera, dopo l’apertura di Phil Campbell And The Bastard Sons e dei Darkness, l’ansia si è fatta palpabile. Prima di venire a Imola pensavo a quanto sarebbe stato bello rivedere i duri con le t-shirt con le maniche strappate, le bandane, le spille, i capelli lunghissimi, i bracciali e le catenazze con teschi e ossa, gli stivaloni anche se i quasi 40 gradi fanno ribollire l’asfalto dell’autodromo. E invece ci sono solo metallari 2.0 con le sneakers e le New Balance che continuano a consumare token per patatine fritte e birre.

L’intro da cartone animato è sormontato dal brusio dei 90 mila e infine squarciato dalla voce dello speaker “Imolaaaa… from Hollywood… Guns… N’… Roses”.

Ed eccoli sul palco, senza nessun effetto speciale, con un’entrata sobria sulle note di It’s So Easy. Le mani si alzano al cielo. Anche sulla successiva Mr. Brownstone, da sempre uno dei miei pezzi preferiti.

A sancire la ritrovata armonia professionale tra i membri originari ci pensa Chinese Democracy, title-track di quello che tecnicamente sarebbe l’ultimo album dei Guns ma, in realtà, il primo da solista di Axl.

E poi arriva un altro colpo al cuore, “D’you know where you fuck you are? You’re in the jungle baby…”, Welcome To The Jungle.

Le schitarrate di Double Talkin’ Jive dicono inequivocabilmente che Slash ha conservato non soltanto il talento ma anche il carisma e il fisico del rocker fuoriserie.

Better, un altro pezzo di Axl, palesa che gli acuti non sono più quelli dei bei tempi e che il suo tipico movimento di bacino si è fatto molto meno leggiadro. Certo sono lontani gli anni in cui si dimenava in boxer e anfibi facendo saltare gli ormoni di milioni di gentil donzelle; ora a seconda dell’outfit sembra a tratti un gangsta tamarro, a tratti un padrino trash, a tratti Boss Hogg di Hazzard. Ma, diciamoci la verità, non è che altri suoi illustri colleghi come Vince Neil o Sebastian Bach si siano mantenuti tanto meglio.

Estranged, altro gran bel pezzo da Use Your Illusion II (1994), fa tirare un attimo il fiato e meno male, perché il trittico che segue fa paura: Live And Let Die, Rocket Queen, You Could Be Mine.

Mr. Rose si fa presentatore, “Ladies & Gentlemen, on the bass Mr. Duff McKagan”. E Duff prende il centro del palco per Attitude, un pezzo dal controverso album di cover The Spaghetti Incident, che segnò anche la fine dell’attività in studio della band californiana.

This I Love, il terzo pezzo di Axl so far, è poco conosciuto ma mette in risalto quella che è la sua attuale vocalità e precede la sempreverde Civil War, della quale mi va di citare il passaggio che tanto piaceva a un mio carissimo amico che il pomeriggio, dopo la scuola, faceva Slash (ma senza la double-neck che l’originale sfoggia stasera) mentre io con la mia vecchia Casio scimmiottavo malamente Dizzy Reed e mentre sua nonna in cucina ci preparava le melanzane alla parmigiana, “Look at the leaders we’ve followed, look at the lies we’ve swallowed, and I don’t want to hear no more”. Attualissimo, per altro.

Dopo Yesterday, ecco un altro pezzo storico, Coma.

Stavolta il proscenio è tutto per il Signor Saul Hudson che strapazza la sua sei corde su Speak Softly Love (il tema di The Godfather) mandando in visibilio l’audience e facendomi ricordare di quella volta in cui suonò al Late Show di David Letterman con la CBS Orchestra di Paul Shaffer e mi colpì enormemente perché, tra le sue braccia forti, la Les Paul sembrava un giocattolino al quale far fare con estrema semplicità ogni cosa che una chitarra può fare.

Da qui in poi si entra nella fase caldissima.

Pronti via, Sweet Child O’Mine, My Michelle, una Wish You Were Here strumentale a colpi da guitar hero tra Slash e Richard Fortus (che sostituisce il buon Izzy Stradlin).

E poi, e poi, e poi è il momento del silenzio. Quando Axl si siede al piano il tempo si ferma per November Rain (introdotta da Layla) e non aggiungo altro perché potrei commuovermi nel ripensare a tutti quei pomeriggi spesi a martellare i tasti del fedelissimo Yamaha QY10 per riprodurne l’arrangiamento di strings (per i più giovani, che probabilmente conoscono soltanto la Apple e i tanti software moderni che permettono di creare musica anche a chi di musica non sa niente, lo “Yamachino” era –è- un sequencer).

Knockin’ On Heavens Door, un’altra cover riuscita pazzescamente bene al punto da superare l’originale (e mi assumo la responsabilità di scatenare un dibattito) e Nightrain chiudono in bellezza prima degli encore.

Don’t Cry, un’altra immancabile delle mie playlist, e stavolta la lacrimuccia ci scappa davvero.

Proprio come, dopo l’omaggio ai Soundgarden con Black Hole Sun e agli Who con The Seeker, su Paradice City, il pezzo col quale vennero lanciati da Videomusic e che, il 10 giugno 2017, fa letteralmente tremare l’asfalto dell’autodromo Enzo e Dino Ferrari.

Oggi i Guns And Roses sono dei professionisti irreprensibili: disintossicati (forse), dealcoolizzati (forse), non sfasciano più le camere degli hotel, non strapazzano più (forse) migliaia di groupie, sono affidabili, si presentano sul palco puntuali (stasera addirittura con 5 minuti di anticipo!), suonano da sobri per quasi tre ore una scaletta praticamente perfetta se non fosse che oggi è mancata Patience, lasciano le città senza scalpi e mandati di cattura.

Ecco, porca puttana, se avessero avuto la testa per comportarsi così quando ancora pesavano 20 chili di meno, oggi avremmo certamente avuto altri grandissimi pezzi con cui invecchiare felici e loro sarebbero diventati tra i più grandi di tutti i tempi, sgomitando coi Beatles e affossando gli Stones.

Perché i G’n’R erano dei miracolati, dei veri Re Mida, avevano un sound come nessun altro e una capacità compositiva rimasta ineguagliata. Purtroppo, per noi più che per loro, hanno letteralmente buttato nel cesso uno dei più grandi doni della storia del rock’n’roll. Che razza di coglioni verrebbe da dire. E ci sta.

Chissà cosa passa oggi in quella testa di quiz di Axl mentre starnazza di fronte alle folle oceaniche che stanno rendendo sontuoso questo Not In This Lifetime Tour. Sarebbe interessante chiederglielo, anche se certamente non direbbe la verità. Forse perché non la sa neanche lui.

Ma tanto indietro non si torna, il dado è rotolato così, pace e amen. Forse è vero quel che si diceva all’inizio, le reunion non ci restituiscono quelle band di autentici fuorilegge che conoscevamo, un imborghesimento c’è effettivamente stato e non c’è più la minima traccia della ferocia del big bang. Devo ammettere che stasera, mentre tiravano dritti senza un minuto di pausa lungo una set-list perfettamente calibrata per accontentare ogni singolo spettatore e ogni singolo musicista sul palco, senza concedersi nessuna interazione col pubblico, senza essere sopraffatti da nessun sussulto emotivo in una esibizione impeccabile ma quasi teatrale, ho pensato a una di quelle partite di esibizione tra grandi tennisti del passato, Ivan Lendl contro Tomas Muster, dove la classe è ancora sopraffina ma l’adrenalina dell’agonismo non c’è più. Per contro è altrettanto vero che la potenza della musica surclassa tutto. Quindi come la risolviamo una volta per tutte ‘sta cosa delle reunion?

L’unica cosa sensata che mi viene da dire è “ma chi se ne frega”, anzi “who fucking cares”, e godermi fino in fondo le mie emozioni, perché quelle non cambiano mai. E, ci scommetto, sono le stesse di tutti.

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