Eveline: α ω (Recensione album e intervista)

A tre anni di distanza dall’album che ha aperto loro le porte dell’Europa, gli Eveline sconvolgono i parametri con un suono che non ti aspetti

Eveline

α ω

(Cd, Sonic Vista Recordings / Urtovox / Locomotiv Records / Borowska Music)

indie

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Quando ho scritto la recensione di Waking up before dawn (persa nell’archivio della precedente versione di RockShock) non scherzavo: pensavo davvero che gli Eveline incarnassero quel suono nuovo capace di portare alla ribalta la musica italiana con una veste inedita, non più solamente quella cantautoriale che ci contraddistingue, ma più cosmopolita e raffinata. α ω, terzo album del gruppo bolognese in uscita a fine marzo, è la conferma dell’internazionalità di questi quattro talentuosi musicisti, ormai noti al pubblico europeo forse più che a quello nazionale, per assurdo più ostico da conquistare.

α ω veicola sonorità completamente diverse rispetto all’album precedente: il lavoro svolto dalla band sui suoni li ha resi più gravi e articolati, la sperimentazione li ha spinti a dare alla musica un ruolo ancora più importante, quello di mezzo principe per comunicare un messaggio, relegando i testi quasi a semplici comprimari. Lo spazio, leit motif di quest’album dal titolo fortemente simbolico, è un luogo – non luogo nel quale la sezione ritmica, sempre perfettamente armonizzata, può esplodere nella sua potenza e sostenere chitarre rock e tastiere votate alla psichedelia.

Nascono così pezzi ipnotici; ritmi incalzanti e ripetitivi (To Kaluza’s white quasar) si confondono con echi di doorsiana memoria (Interstellar), dando vita a brani pieni e capaci di creare visivamente l’immagine di quello che rappresentano musicalmente (Terrible n.1). C’è come sempre spazio per incursioni negli ambienti più disparati: così Last time in Alpha Centaury ci immerge in sonorità vagamente reggae e Lunar B ci culla in una dolcezza quasi eterea, ammantata di lucentezza lunare, per l’appunto.

Ho avuto la possibilità di scambiare quattro chiacchiere con D.M., mente (e voce) degli Eveline, che ci ha parlato di α ω e della scena musicale italiana.

Rockshock. Partiamo dal principio. Il titolo dell’album: α ω. Quale simbologia è nascosta dietro a un titolo così criptico?

D.M.α ed ω possono racchiudere più significati, forse la cosa migliore è che ciascuno scelga a tal proposito una esegesi propria. C’è un motivo per cui l’album è intitolato così, ma credo sia meglio lasciare spazio all’ascoltatore.

RS. Il fil rouge dell’album è in qualche modo la spazio, l’astronomia. Perché proprio questa tematica e quanto ha influenzato i suoni e le liriche, oltre ai titoli?

D.M. Lo spazio non è solo un luogo fisico. Viene generalmente considerato nella sua oggettività, ma è anche e forse soprattutto un luogo mentale. A un quasar o a una provenienza marziana non necessariamente va associato un quid astronomico. Meglio dare sfogo alla fantasia.

RS. α ω è sicuramente un album diverso dal precedente, Waking up before dawn. Le sonorità appaiono più dark e psichedeliche. Qual è stata l’evoluzione del suono degli Eveline negli ultimi tre anni?

D.M. Utilizzerei più l’aggettivo psichedelico, che dark. L’evoluzione del suono è stata molto naturale e attualmente ha virato su sonorità più gravi, perciò comprendo la tua osservazione, ma l’album non è da considerarsi oscuro, tutt’altro… A materiale registrato ci siamo subito resi conto di avere in mano qualcosa di complesso, ma anche di naturalmente nostro, una diretta evoluzione di quello che avevamo proposto nei precedenti lavori.

RS. Quali influenze ci sono alla base di questo lavoro?

D.M. In realtà non ce ne sono. O meglio, ognuno di noi ne ha molte, tuttavia non possiamo individuare delle influenze comuni che hanno in un qualche modo indirizzato il percorso sonoro dell’album. Il materiale è nato dopo un lungo periodo di improvvisazioni, in cui tutto il materiale dei singoli elementi è stato raccolto in 8 pezzi, poi diventati l’attuale tracklist.

RS. Quanto conta la sperimentazione nelle vostre sonorità?

D.M. Molto, è grazie a lei se siamo ancora qui, dopo sei anni di attività e tre album alle spalle.

RS. Gli Eveline sono una band molto apprezzata all’estero, ma (purtroppo) poco conosciuta in patria. Quali sono le possibili cause di questa ristrettezza mentale nostrana?

D.M. Effettivamente la band in passato non ha mai riscosso, al di fuori del mondo della critica, particolari attenzioni da parte del pubblico italiano. Non so perché, credo per la forte eterogeneità del materiale prodotto. Ora però molto è cambiato, a breve partiremo per un lungo tour che non toccherà solo venues europee, ma anche molti palchi italiani.

RS. Voi avete sicuramente il problema opposto a molti gruppi italiani. Perché secondo voi non riusciamo a esportare la nostra musica all’estero, a eccezione dei classici stereotipi della musica cosiddetta leggera?

D.M. Ci sono diversi gruppi indipendenti che sono riusciti a portare il loro materiale in Europa e non solo, alcuni tra loro sono anche vecchi amici con cui normalmente ci confrontiamo. In generale, però, il mondo culturale italiano non gode di grandi attenzioni all’estero. Questa ormai è una banalità, qualcosa di assolutamente scontato, ma di tristemente vero. Viviamo in un’epoca di forte screditamento dell’arte da parte delle nostre istituzioni, ma non solo, anche di chi dovrebbe proporci e rendere visibile il lavoro di tutti. Dal basso c’è poca voglia di cambiare, ergo ognuno ha quel che si merita.

RS. La musica indie – per indicare con questa parola un’ampia categoria che ingloba tutto quanto non è mainstream – quale futuro ha in Italia?

D.M. Buono, se non a livello di visibilità, almeno compositivo. Ultimamente ho avuto modo di sentire nuovi progetti interessanti e di vedere molti spazi interessarsi degli stessi, io ci credo, perché no?

 

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Simona Fusetta
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