Deka’dɛntsa: recensione di Universo 25

Ombrosi e dalla cadenza sermonica, lo sludge metal dei salernitani Deka’dentsa debutta con un disco sul comportamento umano come pronosticato dal teorico etologo John Calhoun.

Deka’dɛntsa

Universo 25

(Zero Produzioni / 22 December Records)

sludge, post metal

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Deka_dɛntsa-recensione-Universo 25I Deka’dɛntsa vengono da Salerno e a due anni dalla nascita debuttano con questo Universo 25, un disco che in mezzora racchiude 7 brani di ombroso sludge/post metal.

La band è composta da membri che militano o hanno collaborato già in altri gruppi, dal bassista Lhello Marra (Postvorta – Ravenna), il cantante Emilio Prinzo con l’amico chitarrista Toni Musto (Strange Brew – Salerno), e il batterista Dario Bruno (Tristema) anche lui salernitano.

La scrittura di questo disco nasce innanzitutto dall’espressione sonora emozionale, su cui poi si è legato il tema che si rifà agli esperimenti dell’etologo John Calhoun che, studiando la sovrappopolazione dei roditori in un habitat denominato Universo 25, ha sviluppato teorie sul comportamento umano riprese poi da diversi scienziati e sociologi. “Cosa succederebbe in una popolazione di mammiferi messa nelle condizioni di proliferare, al sicuro dalle malattie e con le risorse alimentari e ambientali ottimali? Un’utopia a misura di topo, la cui società nel giro di un anno raggiunse il suo massimo splendore, per poi collassare in un’escalation di caos, violenza e pan sessualità”.

Premesso dallo strumentale Latenza scritto dall’artista egiziano Mohammed Ashraf , in arte Pie Are Squared, a partire dalla title track in queste sette tracce assistiamo a racconti disfattisti e scoraggianti, un mondo dominato da vanità, violenza, caos, uomini, visti come animali chiusi in un recinto, compressi, legati a regole che li privano della loro completa libertà e tenuti mansueti da un apparente benessere, che hanno dalla loro solo la possibilità di sognare come attoniti Inutili Eroi (il brano più ritmato del disco).

Il resto del disco ha un’andatura inerziale, con code rumoristiche sul cantato litanico (Decadenza, Hikikomori), seguendo spunti progressivi (Pandemica) che si inerpicano su tonalità alte e riff portanti in mezzo ad alcune fughe strumentali sulle dissonanze chiaroscurali. Partecipano a questo lavoro anche Andrea Fioravanti dei Postvorta ed Edoardo Di Vietri degli In A Glass House. Come dico spesso, l’EP o un album di breve durata (come in questo caso) non basta a comprendere il vero valore di una band. Qui però intravedo un bel sound e l’esigenza di legare le canzoni in un concept, e credo che alla lunga distanza i Deka’dentsa potrebbero regalarci qualcosa di ancora più intenso. Di nicchia, ma sulla buona strada.

Sito web: sites.google.com/view/dekadentsa/

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Luca Paisiello
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