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Slowtide: recensione disco omonimo

Fabio Busi 9 agosto 2017 Recensioni Cd, Video

Slowtide

s/t

(Prismopaco Records)

indielectro, trip hop, electropop

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slowtide recensione disco omonimo

Gli Slowtide nascono a Novara, anche se i membri della band spaziano da Milano a Torino, ma ad un primo ascolto parrebbe difficile classificarli in Italia invece che in Uk.

 

Un suono caldo avvolge già dal primo ascolto di questo lavoro omonimo con la traccia d’apertura Leeway, brano molto raffinato che ricorda l’ultimo lavoro dei britannici The XX.

Alaska prosegue ad altissimo livello sulla linea del brano d’apertura, impreziosita però da una carica emotiva davvero notevole soprattutto quando le voci di Annalisa Bosotti e Michele Rossetti si intrecciano con un’ottima sinergia.

Più sperimentale C.Y.S. che parte standardizzata ma sorprende positivamente con l’incedere dei secondi.

Anche con Knights si ha l’impressione di sentire Romy Madley-Croft ma, sia chiaro, questa non vuol essere una critica, anzi un apprezzamento per le doti degli Slowtide che rendono personale uno stile, come quello della band londinese, che è ormai un marchio di fabbrica.

Quando sembra difficile restare su questo standard qualitativo per tutte le undici tracce, ecco Anchorites a smentire, il brano più sofisticato dell’intero lavoro, in bilico fra ambient e trip hop, ma anche le seguenti Rats e Interlude non sono da meno.

La magia dreampop di Caves conduce all’electro-pop in salsa Alunageorge di Reprize, prima di portarci a quello che in un mondo ideale dovrebbe essere in heavy rotation nelle stazioni radio: Talk In Circles entra nel cervello con quel “Don’t give up now” ripetuto nel ritornello ed un sound davvero memorabile.

La chiusura è affidata a What A Great Place.

Credo che quest’album starà nel mio ipod per mesi, è una goduria per le orecchie e per l’anima.

Bravissimi Slowtide.


 

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