RockShock

New Model Army: la nostra intervista

Massimo Garofalo 16 ottobre 2010 Interviste, Video

New Model Army

30 Years Celebration Tour

Roma, Circolo degli Artisti, 15 e 16 ottobre 2010

intervista

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intervista-new-model-army-roma-15-16-ottobre-2010I New Model Army sono un pezzo di storia del rock inglese, quello fatto di sudore e chitarre, pochi orpelli e tantissima passione, ma – soprattutto – di Canzoni.

Justin Sullivan e soci hanno trovato un modo per festegaiare i 30 anni di attività, probabilmente un po’ faticoso, ma assai gratificante per i fans. Due concerti nella stessa location, due tracklist completamente diverse, 26 canzoni a sera, due per ogni album, per un totale di 52 pezzi diversi per chi ha scelto la formula abbonamento ai due concerti.

Ne abbiamo approfittato per fare il punto di questi (primi) 30 anni con Justin Sullivan, mente e anima dei New Model Army.

All’inizio quasi intimidito dalle domande, mano a mano Justin s’è sciolto ed è tornato il loquace e brillante conversatore che ricordavo.

(Intervista di Massimo Garofalo, traduzione e trascrizione dall’inglese all’italiano di Miranda Saccaro)

RockShock. 30 anni di carriera, 13 dischi, migliaia di concerti, centinaia di canzoni. Ma questi sono solo numeri nudi e crudi. Al di là dei numeri, quindi, cosa significano questi 30 anni per te?

Justin Sullivan. Niente. Tutto. Niente, come hai detto tu sono solo numeri. Davvero.

RockShock. …intendevo… come consideri i New Model Army in rapporto alla tua vita, che parte nella tua vita hanno… sono solo un lavoro e/o cos’altro?

Justin Sullivan. Non un lavoro, ma la maggior parte della mia vita, ora, Si, non un lavoro, ma una vita, ecco cos’è. Ma il tempo è molto elastico, e in qualche modo confonde. Trent’anni possono sembrare nulla. Eppure in 30 anni abbiamo fatto molto, penso. Ho dimenticato molto. Qualcuno mi ha detto che il segreto per una vita felice è avere buona salute e pessima memoria. Penso sia vero. Ho dimenticato in particolare molte cose negative, ci sono state anche quelle. Sono orgoglioso di molte cose e cerco di dimenticare quelle di cui non sono orgoglioso.

RockShock. Questo Celebration Tour si svolge con due setlist completamente diverse, divise in due concerti nella stessa location. Sembra quasi un addio…

Justin Sullivan. No, affatto. E’ solo che non puoi fare tour del genere quando hai vent’anni. Sappiamo che molti nostri fans vogliono ascoltare dal vivo le nostre vecchie canzoni, ma a noi in genere, come a tutti gli artisti, non piace suonare vecchi pezzi. Suoniamo sempre ciò che vogliamo. In passato abbiamo avuto la possibilità di suonate per due sere un sacco di vecchie canzoni. E’stato bello, ma abbiamo suonato solo a Londra e Colonia. E ci risiamo dopo tre anni, nonostante avessimo promesso di non farlo più perché è molto difficile. Abbiamo avuto l’idea di ripetere l’esperienza e tutti nella band hanno detto: ‘Si, ok, ma facciamolo in diverse città, così non dobbiamo fare tutto quel lavoro solo per due date’. Dobbiamo prepararci a lungo, fare prove per un paio di settimane e ricordare un sacco di cose vecchie. Le prime due date sono andate bene, la prima è stata a New York, la seconda a San Paolo in Brasile ed è stato speciale. In parte perché molte delle persone che amano la band venivano da un po’ ovunque, come stasera, gente che viene da tutta Italia e anche da altri paesi [in effetti in sala si conteranno almeno una decina di tedeschi, ndr]. E’ come una riunione, una cosa di famiglia, ed è speciale. Abbiamo suonato anche in Grecia e Turchia, ma lì è stato un po’ diverso perché suonavamo in due città diverse quindi è stato come un unico set molto lungo.

RockShock. E’ in uscita in questi giorni, in diversi formati, una vostra doppia antologia, intitolata appunto Anthology. Ha la stessa tracklist di questa serie di concerti?

Justin Sullivan. No per niente. Non la ricordo bene. Inizialmente con quei trenta pezzi volevamo fare un box set con DVD e doppio CD per ripercorrere 30 anni di carriera. Quali sono i migliori pezzi nell’arco di 30 anni. Nessuno riusciva ad essere d’accordo. C’erano quelle tre o quattro canzoni che tutti pensavano dovessero essere incluse, ma a parte questo, nessuno era d’accordo. Più interessante era chiedere ad ogni membro presente e passato della band di scegliere tre pezzi e presentarli, dicendo perché li amavano e ritenevano fossero importanti. Spero che con questo chiedere a diverse persone che hanno preso parte alla band in diversi momenti della sua storia, si dia una testimonianza più accurata e interessante di questi trent’anni. Si, trent’anni e non ci sono i pezzi ovvi, ma i preferiti di tutti. Un ascolto interessante. La grande differenza, però, non è fatta dai diversi musicisti che sono stati nella band, o nei loro background musicali, politici, ecc.

RockShock. Qui a Roma abbiamo ancora un ricordo molto forte del vostro primo concerto, nel 1990, della fortissima emozioni di ascoltarvi suonare a Palestrina [vicino Roma, ndr] davanti a 5000 persone in festa e siamo tutti molto eccitati per questi due concerti. Questo nuovo tour europeo, a parte le due anteprime, parte proprio da Roma. C’è solo una ragione geografica o avete un rapporto speciale con l’Italia e questa città?

Justin Sullivan. Abbiamo un rapporto particolare con Roma. Non siamo mai stati molto famosi in Italia ma c’era qualcosa per noi a Roma, non a Torino, o Milano, o in qualsiasi altra città, ma qui a Roma. La prima volta per noi qui era la notte in cui cadde il governo Thatcher, nel 1990. La fine della signora Tatcher. In Inghilterra era un po’ come l’epilogo di una tragedia Shakespeariana, e mi ricordo di aver legato quel concerto a quell’emozione particolare: era fantastico sentirsi come ad un grande party per festeggiare la fine della signora Tatcher, e mi ricordo di aver guidato per Roma intorno alle tre del mattino, con un tipo che mi mostrava la città. Ricordo che siamo andati a vedere San Pietro e lui mi disse: Guarda. Il nemico! E’ fantastico vedere Roma a quell’ora, puoi guidare non come nel caos dell’ora di punta. Poi tornammo a Palestrina, e poi di nuovo a Roma un paio di volte. Quindi nel pianificare…

RockShock. Come New Model Army avete iniziato in un periodo in cui era “normale” riversare nella musica la passione politico-sociale. C’eravate voi, ovviamente, e band come i Clash, U2, Alarm, Billy Brag e tanti altri. Oggi … quasi più nessuna band, perlomeno di successo planetario, si può definire vicina alla classe operaia. Non è più tempo di usare le canzoni per parlare di politica, di questioni sociali o di globalizzazione?


Justin Sullivan. Queste cose spariscono e poi tornano in voga. Non so. Non mi importa. Non credo che tutti gli artisti debbano essere politici. C’è gente che crede che i New Model Army esistano per qualche ragione politica, ma in realtà esistiamo per un ragione musicale. E semplicemente che è interessante scrivere del mondo. A volte. Non riesco a capire perché nessuno lo fa. Accadono molte cose, perché non scriverne? Per me sono spaventati. Hanno paura di fare una dichiarazione, perché una volta che la fai, la gente te la appiccica addosso per sempre. Come per i politici. Ma se sei un artista, puoi fare tutte le dichiarazioni che vuoi, e possono essere anche contraddittorie tra loro. Se guardi le canzoni dei New Model Army, le idee, le storie che ci sono dietro sono molto contraddittorie, non abbiamo una filosofia da portare avanti. Al contrario: le canzoni del nostro primo album ad esempio, sono le canzoni più politicamente scorrette che siano mai state scritte. E la gente si diceva: e questa sarebbe una band di sinistra?! Da quel momento siamo diventati dei reietti dalla sinistra, perché abbiamo scritto quelle canzoni che non erano giuste. Vengeance è una canzone sbagliata, lo ammetto, ma in quel momento ci credevo. Stavo guardando un documentario su Klaus Barbie e i criminali di guerra, e l’ho scritta di getto. Le canzoni non sono dichiarazioni filosofiche, per me, sono espressioni di emozioni. E sono questione di un minuto. Provo questa cosa che per un minuto è la verità. Non mi importa se mezz’ora dopo non lo è più, per quel momento lo è stata, ed è ciò che deve fare un artista. Essere autentico in quel momento. Se non è più così tre ore dopo, pazienza. In Love for Hopless Causes c’è My people Right or Wrong, sul nazionalismo: non un atto di accusa ma di difesa. Poi c’è One of the Chosen, che parla di fondamentalismo. Parla dei suoi aspetti cha danno un senso di gioia. Il fondamentalismo è fantastico, fa sentire bene. Sono uno degli eletti, sono parte di qualcosa, sono speciale! Non è una critica, ma l’espressione di un’emozione. E confonde molte persone che dicono: sei una band politica, perché scrivi queste cose che non sono affatto…socialiste?. E’ perché la vita non è così semplice, le emozioni in particolare sono contraddittorie, tutti noi crediamo in delle cose, ma poi a volte diciamo qualcosa di diverso. E la musica ha a che fare con ciò che dici, non con ciò che pensi.

RockShock. Oggi, qui e ora, cosa possono ancora dire i New Model Army alla working class?

Justin Sullivan. Non so se credo all’idea che noi parliamo alla classe lavoratrice/proletariato:non è vero. Il pubblico ed io: a quale classe apparteniamo? E le persone sul palco, della band, di che classe sono? Siamo piuttosto eterogenei, per quanto riguarda i nostri background. Quindi in questo senso non mi importa molto. Ma cantiamo ciò che pensiamo stia accadendo nel mondo. E’ per questo che il nostro ultimo album si chiama “Today is a good day”. Celebra il crollo di Wall Street. Ho scritto la canzone due o tre giorni dopo il crack della Lehmann Brothers e l’inizio della crisi attuale. L’ho scritto per festeggiare. Perché da quel momento, è vero che la gente comune ha sofferto, ma è stato anche l’inizio di un processo che ha strappato via la maschera da quello che è accaduto per 25 anni. In quel lasso di tempo ci è stato detto che quei tizi a Wall Street e nella City di Londra stavano creando denaro. Ci hanno detto: siamo intelligenti e stiamo creando denaro/valore. La maggior parte di noi non era molto sicura, si diceva: sembra vero, ma non può esserlo. E così 25 anni dopo viene via la maschera: si trattava di una maledetta bugia. Non creavano soldi.. Ma questo è nella natura di tutte le cose, ed è anche il punto in cui mi allontano dalla filosofia della sinistra. Perché credo ci sia qualcosa di estremamente naturale nel susseguirsi di alti e bassi, come l’estate e l’inverno, un processo naturale. Quello che mi interessa è la reazione della gente comune, che soffre ma non è poi tanto sorpresa, come se sapesse, nel profondo del cuore che ci sono annate buone e annate cattive, e devi goderti le prime perché a volte arrivano le seconde. Tutto cambia nel mondo, in continuazione, arrivano periodi buoni come periodi negativi. Ho parlato con il mio vicino, rifà i tetti delle case, può essere utile avere un vicino che fa un lavoro del genere. Gli ho chiesto come vanno le cose e mi ha detto che il lavoro è in una situazione difficile. Gli ho chiesto se è preoccupato che quest’anno sia peggiore, mi ha risposto di no, che andrà tutto bene. La gente comune è così. Quando arriva un periodo nero, si dice che sarà dura, ma che andrà bene.

RockShock. Personalmente il vostro album che preferisco è The Love Of Hopeless Causes. Quali sono le cause perse del 2010?

Justin Sullivan. La nazionale inglese… il sogno americano… probabilmente l’idea di giustizia.

RockShock. Lasciamo per un po’ da parte i vostri testi e le vostre idee a parliamo del vostro sound. Lo state cambiando in qualche modo o ne rimanete fedeli, considerandolo come una specie di marchio di fabbrica?

Justin Sullivan. Non so. Siamo ne 2010, quindi abbiamo attraversato gli anni ’80, ’90, gli anni ’0. Non so…abbiamo mai avuto un sound? A parte la mia voce che un po’ è cambiata, non riesco più a cantare toni troppo alti. Il suono della mia voce vorrei cambiarlo a non posso. Tutto cambia un po’ ma ci sono cose che non cambiano. La differenza principale tra noi e la maggior parte delle altre rock band, e anche il motivo per cui non ci piacciono troppo, è che tutti partono dal songwriting con chitarra o pianoforte, noi invece partiamo generalmente dalla batteria ed è questo che dà alla nostra musica quel carattere peculiare, leggermente diverso dagli altri. Se è il nostro sound è cambiato non è stato per colpa nostra. Alla fine degli anni ’90 abbiamo smesso di registrare su nastro e iniziato a registrare con il computer: a questo punto il sound è peggiorato. La musica moderna è peggiore perché il computer ha un suono peggiore rispetto al nastro: e il nastro oggi è diventato carissimo. Quasi tutta la musica moderna è fatta con l’ausilio del computer che è peggio del nastro: è bidimensionale, a differenza della tridimensionalità del nastro.

RockShock. In questo tour avrete degli special guest? A chiunque ho detto che oggi sarei stato qui con te mi ha detto: chiedigli se sul palco con loro risalirà Ed Alleyne Johnson.

Justin Sullivan. No, nessuna sorpresa e nessun ospite. Quanto a Ed… semplicemente né a lui né a sua moglie piace viaggiare.

RockShock. A questo punto della vostra carriera, vi sentita in qualche modo dei “padrini” o dei padri putativi di qualche band?

Justin Sullivan. Sì, c’è una band inglese che si chiama New York Alcoholic Anxiety Attack. Li adoro mi sento il loro padrino e sto producendo il loro primo album, tra un concerto e l’altro. Suonano una sorta di psych-garage, è difficile dire a cosa somigliano. Hanno circa vent’anni sono giovani, belli. Non so, ma mi piacciono. Sono sulla scena da trent’anni ma ancora sento ancora una certa innocenza nei confronti di quello che facciamo. Non è diverso da trenta anni fa, pensare a un’idea, scrivere canzoni e girare il mondo suonandole per la gente. Molti musicisti dopo anni diventano molto cinici. Non credo che noi abbiamo anche solo un osso cinico in tutto il corpo. Siamo totalmente non cinici, innocenti, come bambini. Non so perché, ma penso sia romantico trovarsi a cambiare una ruota al tour bus sul ciglio di un’autostrada polacca alle tre del mattino, insieme a prostitute e camionisti. Oppure dormire negli alberghi e negli aeroporti, l’ho fatto per anni e lo trovo ancora romantico. Davvero.

RockShock. Pensi che l’uscita della versione remasterizzata dei vostri primi cd vi abbia consentito di avvicinare nuove e più giovani fasce di pubblico?

Justin Sullivan. Il nostro pubblico è molto variegato a livello di età. L’età media va dai 18 ai 60 anni. In Grecia lo scorso weekend guardavo e mi rendevo conto che tra il pubblico c’erano età diverse, persone che venivano da posti differenti. Siamo interessanti e scriviamo cose interessanti, così gente interessante di diversa provenienza, età, background, educazione, classe è interessata alla nostra band, attratta dalle idee interessanti, dalla libertà di espressione. Perché la nostra è stata la band più libera di tutte: perché non abbiamo mai scritto un hit. Non siamo mai stati nelle top 20 di alcun Paese, non abbiamo un genere. Questa estate abbiamo partecipato a un festival folk, a un festival goth, a un festival hippie e a un festival metal, e con gli stessi brani! Confusione: una buona cosa.

RockShock. Hai fissato una data in cui mandare in pensione i New Model Army?

Justin Sullivan. Si, lo stesso giorno in cui morirò.

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2 Comments

  1. stefano germoni 17 ottobre 2010 at 09:39

    grande intervista, caro massimo a seguito di una due giorni intensa questa mattina ho letto la tua intervista a justin,bella.A presto stefanone

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  2. prussia 20 dicembre 2010 at 23:26

    complimenti per l’intervista.
    a new model army fan from dolomites.

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